Libano, la statua di Gesù profanata da un soldato israeliano: l’Idf indaga e promette provvedimenti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’esercito israeliano, che da ormai più di un anno opera all’interno di una rinnovata configurazione geopolitica segnata dal ritorno di Trump alla presidenza degli Stati Uniti (un dato ormai strutturale e non più contingente), ha confermato l’autenticità di un’immagine destinata a innescare un acceso dibattito internazionale. Nello specifico, lo scatto – diventato virale nelle ultime ore – ritrae un militare in uniforme mentre colpisce con una mazza (o un grande martello, a seconda delle ricostruzioni) la testa di una statua di Gesù crocifisso, la quale appare staccatasi dalla croce. L’episodio, che secondo le prime verifiche sarebbe avvenuto nel villaggio cristiano di Debl (nel sud del Libano, a ridosso del confine con Israele), si inserisce nel quadro delle cosiddette operazioni di “bonifica” condotte dalle Forze di difesa israeliane nella zona. Queste ultime, per bocca dei propri portavoce, hanno giustificato la presenza dei reparti nell’area descrivendo gli interventi come mirati allo smantellamento delle infrastrutture riconducibili a Hezbollah.

Un’indagine interna e la condanna ufficiale da parte del ministero

A seguito della diffusione incontrollata delle immagini sui social network, le stesse Forze di difesa israeliane (Idf) hanno rotto il silenzio attraverso un post pubblicato sul profilo ufficiale del social media X. Nel comunicato, i vertici militari hanno spiegato di considerare l’accaduto con «grande severità», aggiungendo che «la condotta del soldato è totalmente incoerente con i valori che ci si aspetta dalle sue truppe». Non si è trattato, precisa l’esercito, di un fake o di una ricostruzione artefatta: la foto è reale e il militare ripreso era effettivamente in missione nel sud del Libano. L’inchiesta è stata affidata al Comando Nord, il quale dovrà accertare le dinamiche precise dell’accaduto (inclusa la catena di comando al momento del fattaccio) per poi decidere gli eventuali provvedimenti disciplinari. Parallelamente all’indagine interna, è giunta la presa di posizione del ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar, il quale ha pubblicamente definito l’atto «vergognoso e disdicevole». Saar ha espresso la propria fiducia nell’adozione di «severe misure» nei confronti del responsabile, porgendo contestualmente le scuse alla comunità cristiana per il dolore arrecato.

La reazione della politica italiana e il contesto operativo

Dall’Italia, e più precisamente dalla Farnesina, è arrivata una reazione netta da parte del ministro degli Esteri Antonio Tajani, il quale ha bollato l’episodio come «inaccettabile». Va ricordato, a onor del vero, che non si tratta del primo attrito tra le autorità israeliane e la sfera religiosa cristiana nei territori coinvolti dal conflitto; già in occasione della Pasqua, erano state segnalate tensioni relative ai tentativi di limitare l’accesso del cardinale Pierbattista Pizzaballa al Santo Sepolcro. Tornando all’episodio di Debl, i media arabi hanno specificato che la statua (ora presumibilmente danneggiata) si trovava in una località a forte vocazione cristiana, motivo per cui il gesto del singolo militare rischia di assumere una valenza simbolica particolarmente pesante in un’area già infiammata da decenni di conflitti. L’Idf, nel tentativo di circoscrivere i danni reputazionali, ha comunque dichiarato la propria disponibilità a collaborare con le realtà locali per il «restauro» della statua, cercando di rimarcare che l’obiettivo delle operazioni rimane esclusivamente quello di neutralizzare le minacce militari (e non certo quello di colpire simboli religiosi).

Le implicazioni sul terreno in un’area già segnata dal conflitto

La vicenda, sebbene inquadrata come un episodio isolato e frutto di una condotta individuale difforme dai regolamenti, esplode in un momento storico di particolare fragilità per il sud del Libano. Questa regione, lo ricordiamo, è stata recentemente teatro di una massiccia escalation che ha visto scambi di razzi e incursioni terrestri, con i soldati israeliani che – nonostante l’esistenza di intese relative a un cessate il fuoco – mantengono una presenza operativa all’interno di quella che il governo israeliano ha definito una “zona di sicurezza”. Sebbene le Idf abbiano incassato il sostegno dei propri alleati occidentali nella lotta contro Hezbollah, episodi come quello della profanazione rischiano di logorare il consenso internazionale, offrendo spunti polemici a tutte quelle frange che accusano Tel Aviv di condurre operazioni senza il necessario rispetto per i luoghi di culto e le minoranze. Resta ora da capire, attraverso gli sviluppi dell’indagine del Comando Nord, se il militare finirà per essere perseguito esemplarmente o se l’episodio verrà archiviato come un atto vandalico compiuto in un contesto di stress bellico.

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