Libano, la statua di Gesù distrutta a martellate e i 30 giorni ai militari: un atto che costa la prigione ma non la rimozione dal servizio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È bastato l’impatto secco di una mazza, in un villaggio del sud del Libano di nome Debel, per trasformare un simbolo di misericordia in un cumulo di calcinacci e innescare una crisi disciplinare interna alle Forze di Difesa israeliane. Il gesto, che ha visto un soldato dell’Idf prendere a martellate una statua raffigurante Gesù crocifisso – mentre un suo commilitone, anziché fermarlo, immortalava la scena con un telefonino – ha portato a una condanna ufficiale che, a un primo sguardo, sembrerebbe esemplare. Il Tribunale militare ha infatti inflitto trenta giorni di reclusione effettiva a entrambi i militari coinvolti, accompagnati dalla sospensione dal servizio operativo. Ma è proprio nella natura di questa sospensione, e nella sua durata limitata, che si annida una contraddizione difficile da ignorare per chi osserva il rispetto delle regole in una zona di guerra.

Un’indagine lampo e una punizione che solleva più di un interrogativo

L’esercito israeliano, attraverso il portavoce per il Nord, ha fatto sapere che il provvedimento è stato preso al termine di un’inchiesta interna condotta dalla 162esima Divisione, la stessa responsabile del settore dove si trova Debel. La ricostruzione dei fatti – che ha visto protagonisti due soli condannati su otto soldati presenti sulla scena, mentre gli altri sei sono stati solo convocati per “chiarimenti” – evidenzia una disparità di trattamento che lascia interdetti. Se da un lato l’Idf ha sostituito prontamente la statua danneggiata, porgendo le proprie scuse “per l’accaduto”, dall’altro la pena detentiva di un mese appare quasi simbolica se paragonata alla gravità oggettiva del reato: distruggere un luogo di culto (o un suo simbolo) in un’area abitata da cristiani, violando ogni ordine ricevuto prima dell’ingresso in territorio nemico. E non è certo il primo episodio del genere, considerando che nei mesi precedenti erano già stati segnalati danni a simboli cristiani a Yaroun e Derdghaya.

Il peso dei precedenti: un mese di carcere contro l’assoluzione per altri reati

La fluidità del racconto, tuttavia, si infrange contro un altro scoglio giudiziario che getta un’ombra lunga su questa decisione. Solo una settimana prima di questa condanna, lo stesso apparato militare israeliano aveva infatti reintegrato cinque soldati coinvolti in un caso di violenza sessuale su un detenuto palestinese nel centro di detenzione di Sde Teiman. In quell’occasione – come dimostrano le carte processuali – i militari erano rimasti in carcere meno di sette giorni, per poi essere spostati ai domiciliari per una quindicina di giorni, prima di tornare in libertà. La disparità di trattamento tra la profanazione di un simbolo religioso (che qui ha portato a trenta giorni effettivi) e le accuse di violenza aggravata su un prigioniero (dove le pene si sono risolte in un nulla di fatto) è un dato di fatto processuale che l’esercito non ha voluto commentare, limitandosi a dire che i cinque soldati di Sde Teiman erano stati “reintegrati” senza particolari precisazioni.

Le reazioni istituzionali e il silenzio sulla tregua violata

La notizia della condanna ha fatto rapidamente il giro del mondo, raccogliendo le proteste del patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, che ha parlato di “profonda indignazione”, e persino del premier Benjamin Netanyahu, il quale – pur essendo rimasto “sotto choc” per le immagini – si è ben guardato dal commentare l’aspetto politico dell’accaduto. E c’è un aspetto, in questa vicenda, che riguarda la geopolitica più che la fede. L’atto vandalico è avvenuto mentre il cessate il fuoco con Hezbollah, faticosamente costruito, mostrava già crepe profonde; le stesse dichiarazioni successive di Netanyahu (“Con l’Iran non ho finito”) hanno di fatto sovvertito lo spirito della tregua, utilizzando il Libano come teatro operativo secondario di un conflitto più ampio. Distruggere una statua, in questo contesto, non è solo un atto di ignoranza individuale: è un gesto che alimenta la tensione settaria, esattamente nel momento in cui la diplomazia avrebbe bisogno di segnali contrari. Il fatto che l’esercito abbia scelto di punire i due capri espiatori – senza espellerli definitivamente dai ranghi – suggerisce che, per la macchina da guerra israeliana, la disciplina conta, ma fino a un certo punto.

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