La nuova statua di Gesù a Debel, i militari italiani dell’Unifil riparano un simbolo
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Redazione Esteri
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Il villaggio cristiano di Debel, incastonato nel sud del Libano in una terra martoriata da decenni di tensioni e più recentemente attraversata dalle operazioni israeliane contro Hezbollah, ha finalmente riabbracciato il suo Crocifisso. Non quello originale, distrutto a colpi di mazza da un soldato israeliano in un gesto che ha fatto il giro del mondo suscitando ondate di sdegno, ma una nuova statua donata e trasportata con cura dai militari del contingente italiano in forza all’Unifil. Le immagini, che hanno subito una rapida diffusione, mostrano i caschi blu mentre si prendono carico del simbolo sacro, restituendo dignità a un luogo di culto che, per qualche giorno, era rimasto ferito non solo nel marmo ma anche nello spirito della comunità.
**La profanazione e l’immediata condanna dell’Idf**
L’episodio che ha reso necessaria questa sostituzione risale a pochi giorni fa, quando un militare delle Forze di Difesa Israeliane è stato immortalato mentre, armato di piccone, colpiva il Cristo disteso a terra. A quella che sembrava una bravata macabra è seguita la foto – divenuta virale – scattata da un commilitone presente sulla scena, un documento che ha trasformato l’accaduto in un vero e proprio caso diplomatico. Le autorità militari israeliane, consapevoli della portata del danno d’immagine, hanno reagito con una rapidità inusuale: il soldato responsabile della distruzione, insieme a quello che ha filmato la scena, è stato condannato a trenta giorni di detenzione ed estromesso dal servizio di combattimento, mentre altri sei commilitoni, che avevano assistito senza intervenire, sono finiti sotto inchiesta per accertare eventuali complicità o omissioni. Sebbene le Idf abbiano consegnato una prima statua sostitutiva – rivelatasi però più piccola e stilisticamente diversa dall’originale, quasi a voler minimizzare la portata del gesto – la comunità di Debel, che aveva visto profanato il proprio giardino sacro, ha accolto con riserva quel primo tentativo di riparazione.
**Il gesto dei caschi blu italiani e il valore aggiunto della missione Unifil**
È in questo vuoto di fiducia, che si è inserita l’iniziativa autonoma dei soldati italiani, i quali – forti del mandato di peacekeeping delle Nazioni Unite – hanno scelto di non restare a guardare. “Siamo orgogliosi dei nostri uomini in Unifil”, ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani durante un question time al Senato, rispondendo a un’interrogazione del Movimento 5 Stelle sui rapporti tra Roma e il governo di Gerusalemme. Tajani ha colto l’occasione per sottolineare il “tratto distintivo” delle nostre forze armate, definite “forze di pace apprezzate e rispettate ovunque nel mondo”. I militari, dopo aver ricevuto la nuova statua, l’hanno issata personalmente e affidata al parroco, in un gesto che – secondo il Times of Israel – ha assunto un “forte valore simbolico” per l’intera regione, andando ben oltre la mera sostituzione dell’oggetto. Non si è trattato di una diplomazia formale, quanto di un atto umano, palpabile, che ha riportato silenzio e rispetto dove pochi giorni prima era entrata la violenza irrazionale di un singolo.
**Le dinamiche politiche e il contesto libanese**
Sullo sfondo di questa catena di eventi – che ha visto il premier israeliano Netanyahu esprimere pubblicamente rammarico, definendo il comportamento del soldato “inaccettabile” – resta la complessa geografia del Libano meridionale. Debel è uno dei pochi villaggi a maggioranza cristiana maronita rimasto abitato nonostante gli scontri e l’avanzata militare israeliana, un’enclave di fede in un’area dominata dalla presenza di Hezbollah. La distruzione di un simbolo così identitario rischiava di trasformarsi in un’ulteriore miccia per un conflitto già esplosivo; per questo, la prontezza della Farnesina nel rivendicare il gesto dei propri connazionali ha rappresentato anche una mossa calibrata per ribadire la posizione italiana favorevole al rispetto dei vincoli internazionali, in controtendenza rispetto a chi, in Europa, spingeva per una sospensione degli accordi con Israele. Il contingente italiano, con quella statua rimessa al suo posto, ha così riparato un torto e, al contempo, rafforzato la narrazione di una presenza militare che non è solo deterrenza, ma anche ascolto del territorio.




