L’Idf pubblica il video dell’attacco a un deposito di razzi di Hezbollah nel sud del Libano

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il confronto in Medio Oriente non conosce tregue e, anzi, nelle ultime ore si è assistito a una recrudescenza delle operazioni militari israeliane in territorio libanese. L’Idf ha diffuso ieri un filmato che documenta, secondo la ricostruzione fornita dalle autorità militari di Gerusalemme, il momento in cui alcuni miliziani del partito sciita Hezbollah introducono dei razzi all’interno di un deposito di armi situato nell’area di Al-Majdal, una località che si trova nella regione meridionale del Libano. Le immagini, il cui scopo è evidentemente quello di dimostrare la fondatezza dell’intelligence alla base del successivo intervento, mostrano quelle che vengono definite come figure in movimento intorno a quella che, a tutti gli effetti, è descritta come una struttura logistica del gruppo armato. Nel giro di pochi minuti, come spiegato dagli stessi portavoce militari, l’aviazione israeliana ha condotto un attacco aereo di precisione che ha portato alla neutralizzazione degli operatori presenti sul posto, i quali, sempre stando alla versione ufficiale dell’esercito, sono stati colpiti mentre erano intenti a scaricare il materiale bellico all’interno del capannone.

Parallelamente a questa azione mirata, e a testimonianza di una pressione che non accenna a diminuire, si sono verificati altri episodi che hanno avuto conseguenze particolarmente gravi sulla popolazione civile e sul personale sanitario. Nella città di Sidone, e più precisamente nel quartiere di Haret Saida, un raid condotto contro un appartamento situato all’interno di un edificio residenziale ha provocato la morte di quattro persone, secondo quanto reso noto dal ministero della Sanità libanese, che ha parlato di un attacco senza però aggiungere ulteriori dettagli sulla dinamica o sull’identità delle vittime, mentre i soccorritori erano al lavoro tra le macerie per domare le fiamme e rimuovere i detriti. Un episodio che si inserisce in una lunga scia di analoghi bombardamenti che hanno più volte colpito obiettivi in zone densamente popolate, sollevando non poche preoccupazioni in merito alla protezione dei non combattenti.

Ma l’attacco che più di ogni altro ha suscitato sgomento è avvenuto nel villaggio di Burj Qalaouiyah, che ricade sotto la giurisdizione del distretto di Bint Jbeil, sempre nel sud del Libano. Qui, nel cuore della notte, un missile israeliano ha centrato in pieno un centro di assistenza sanitaria di base, un luogo che avrebbe dovuto essere tutelato dalle convenzioni internazionali e che invece è stato trasformato in un inferno di lamiere e calcinacci. Il bilancio, fornito dalle autorità sanitarie libanesi, è drammatico: dodici operatori, tra medici, paramedici e infermieri, che si trovavano in servizio all’interno della struttura, hanno perso la vita nell’impatto. Un attacco che ha suscitato una forte ondata di riprovazione, considerando che si tratta del secondo episodio in poche ore a colpire il settore sanitario, dopo un precedente raid che aveva già causato la morte di due paramedici. Il numero complessivo delle vittime delle ostilità, stando a una ricostruzione fornita dalle agenzie di stampa, avrebbe già superato quota settecento dall’inizio della nuova fase delle operazioni, con migliaia di feriti e uno sfollamento di massa che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni.

In questo contesto di fuoco, non sono mancati episodi che gettano un’ombra ulteriore sulla natura stessa del conflitto e sulla sua estensione. Un raid condotto con un drone ha preso di mira un campus universitario nella periferia sud di Beirut, uccidendo Mortada Hussein Srour, un professore di chimica. La dinamica dell’attacco ha portato alla morte anche del preside della facoltà di Scienze, Hussein Bazzi. La versione fornita dal portavoce dell’esercito israeliano, Avichay Adraee, è netta: Srour, secondo le informazioni in possesso dell’intelligence, non era solo un accademico, ma anche un membro dell’unità aerea di Hezbollah, descritto come una figura di spicco nel settore della produzione di armamenti. Adraee ha inoltre aggiunto che la militanza nel partito sciita e l’attività di docenza universitaria coesisterebbero in diversi altri individui, una dichiarazione che, di fatto, ha gettato un’ombra di sospetto su molteplici figure del mondo accademico libanese, rendendo ancora più complesso il quadro e alimentando il clima di tensione e di paura in un paese già stremato da anni di crisi.

La strategia israeliana e la risposta di Hezbollah sullo sfondo della crisi iraniana

L’intensificazione dei bombardamenti, che ha visto anche l’ingresso di truppe di terra israeliane in alcuni settori del Libano meridionale, è stata giustificata dal ministro della Difesa Israel Katz come una necessità improrogabile per allontanare la minaccia del “fuoco diretto” dai confini israeliani e per garantire la sicurezza delle comunità del nord. Una linea di azione che, nelle parole del ministro e di altri esponenti del governo guidato da Benjamin Netanyahu, si tradurrà in una prosecuzione senza tentennamenti delle operazioni contro Hezbollah, un’organizzazione che, come hanno ribadito più volte i vertici militari, agisce sotto l’egida e il sostegno del regime iraniano. Le stesse immagini diffuse dall’esercito, con la tempistica serrata che intercorre tra il monitoraggio dei miliziani e l’attacco aereo, vogliono trasmettere un messaggio chiaro: l’apparato di sorveglianza è costantemente in allerta e la capacità di risposta è immediata.

La rappresaglia di Hezbollah, che aveva ripreso a colpire obiettivi militari israeliani già nei primi giorni di marzo, è stata presentata dalla stessa organizzazione sciita come una risposta diretta agli attacchi che hanno portato alla morte dell’ex guida suprema iraniana Ali Khamenei a Teheran. Questo legame sempre più evidente tra i fronti libanese e iraniano contribuisce ad alimentare una spirale bellica che rischia di travolgere l’intero Medio Oriente, con gli Stati Uniti che, sotto la presidenza di Donald Trump, sono tornati a essere un attore pesantemente coinvolto sul campo, insieme a Israele, in quella che è stata definita una campagna militare congiunta contro gli interessi di Teheran. Le stesse parole di Trump, che ha dichiarato che l’Iran è stato “completamente sconfitto”, pur non essendo direttamente collegate ai singoli episodi libanesi, contribuiscono a creare quella cornice politica e retorica dentro la quale questi eventi bellici si stanno consumando.

I soccorritori sotto le bombe e il conto dei morti tra i sanitari

Mentre i vertici politici e militari tracciano strategie e bilanci, sul terreno si consumano tragedie che lasciano segni profondi. L’attacco al centro sanitario di Burj Qalaouiyah rappresenta uno degli episodi più critici di questa fase del conflitto, non solo per il numero di vittime, ma per il simbolo che colpisce. I sanitari, che dovrebbero essere protetti in ogni circostanza, si sono ritrovati nel mirino mentre svolgevano il loro dovere. Il ministero della Salute libanese ha sottolineato come si sia trattato del secondo attacco in poche ore a danno del settore sanitario, un fatto che indica una tendenza preoccupante e che rischia di paralizzare ulteriormente un sistema già in ginocchio e incapace di far fronte all’emergenza umanitaria in corso. I soccorritori, come si è visto anche nelle immagini provenienti da Sidone, lavorano tra le macerie per rimuovere i detriti e cercare eventuali superstiti, in un contesto in cui anche il semplice atto di prestare soccorso diventa estremamente pericoloso.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.