Israele annuncia l’uccisione di Ali Larijani e del capo dei Basij, raid a Teheran e Beirut mentre esplosioni colpiscono Dubai e Doha

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’escalation militare in Medio Oriente ha registrato nelle ultime ore una drammatica intensificazione, con l’esercito israeliano che ha portato un’offensiva coordinata nel cuore dell’Iran e in Libano, mentre la risposta di Teheran si è allargata a nuovi fronti, coinvolgendo direttamente anche gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha dichiarato che le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno eliminato due figure di primo piano della gerarchia politico-militare iraniana nel corso di un attacco condotto durante la notte. Secondo quanto riportato dallo stesso Katz e confermato dai canali ufficiali dell’Idf, tra i bersagli colpiti vi sarebbero Ali Larijani, descritto come un alto funzionario della sicurezza e figura di spicco del regime, e Gholam Reza Soleimani, il comandante della forza paramilitare Basij, un pilastro della repressione interna e del controllo sociale. La notizia, diffusa con una dichiarazione del ministro che ha utilizzato un linguaggio particolarmente duro – parlando di eliminati che “si sono uniti all’Ayatollah Ali Khamenei insieme a tutti coloro che sono stati eliminati dall’asse del male nelle profondità dell’inferno” – giunge in un momento di massima tensione, sebbene da fonti iraniane non sia ancora arrivata una conferma ufficiale della morte di Larijani, la cui influenza era considerata paragonabile, se non superiore, a quella di altre personalità già uccise nelle scorse settimane.

Parallelamente alle operazioni mirate contro i vertici, l’Idf ha lanciato quella che ha definito un’“ampia ondata di attacchi” contro quelli che ha indicato come obiettivi terroristici a Teheran, colpendo centri di comando, siti di lancio missilistico e sistemi di difesa aerea, e simultaneamente ha intensificato i raid su Beirut, concentrandosi sulle infrastrutture di Hezbollah nella periferia meridionale della capitale libanese. I media libanesi hanno riferito di bombardamenti che hanno interessato almeno tre quartieri, tra cui Kafaat e Haret Hreik, con un raid che ha centrato un appartamento ai piani superiori di un edificio residenziale a Doha Aramoun, sollevando ulteriori interrogativi sulla condotta delle operazioni in aree densamente popolate.

La difesa aerea del Golfo si attiva, colpite l’ambasciata Usa a Baghdad e infrastrutture petrolifere

La risposta iraniana non si è fatta attendere e ha varcato i confini, estendendosi a tutta l’area del Golfo. Dopo un allarme missilistico diramato tramite cellulari che invitava i residenti a cercare immediatamente riparo, tre forti esplosioni hanno scosso Dubai, mentre numerose deflagrazioni sono state udite a Doha, in Qatar. Il ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti ha confermato di aver intercettato un attacco missilistico, ma i detriti di un missile abbattuto sopra Abu Dhabi hanno causato la morte di un cittadino pakistano, portando a otto il numero delle vittime civili nel Paese dall’inizio del conflitto. Le difese qatariote hanno ugualmente dichiarato di aver sventato un attacco, sebbene un incendio sia divampato in un’area industriale di Doha a causa della caduta di un proiettile intercettato. Non sono state risparmiate neppure le infrastrutture energetiche: un attacco con droni ha innescato un incendio nel campo petrolifero di Shah, di proprietà della compagnia nazionale Adnoc, e una petroliera ancorata al largo di Fujairah, un emirato affacciato sul Golfo di Oman, è stata colpita, subendo danni minori, in quella che è l’ennesima azione contro il naviglio mercantile nella regione.

Un altro fronte caldo si è aperto in Iraq, dove l’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad, situata nella Zona Verde pesantemente fortificata, è stata bersaglio di un attacco combinato con droni e razzi. Le difese dello scudo diplomatico sono riuscite ad abbattere diversi velivoli senza pilota, ma alcune fonti di sicurezza hanno confermato che almeno un ordigno è esploso all’interno del compound, da cui si è alzata una colonna di fumo nero, mentre un altro attacco ha preso di mira una casa nel complesso presidenziale di al-Jadiriyah, uccidendo quattro persone, tra le quali, secondo le prime ricostruzioni, vi sarebbero anche consiglieri iraniani.

La crisi dello Stretto di Hormuz e la replica di Teheran alle minacce di Trump

Sullo sfondo degli scontri armati, la crisi diplomatica e commerciale legata alla chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz continua a tenere con il fiato sospeso i mercati energetici globali. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rinnovato la sua pressione sugli alleati europei e regionali affinché contribuiscano con maggiore “entusiasmo” a una coalizione per la sicurezza della via d’acqua, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. Dopo il netto rifiuto di diverse nazioni, inclusa la Francia, che pure secondo Trump potrebbe essere più disponibile di altre, la tensione è aumentata ulteriormente quando il presidente americano ha minacciato azioni dirette contro l’isola iraniana di Kharg, uno dei principali terminali di esportazione petrolifera della Repubblica Islamica. “Una sola semplice parola e la rete di oleodotti sull’isola di Kharg sarà distrutta”, ha dichiarato Trump, tornando a definire l’Iran una “tigre di carta” le cui capacità militari sarebbero state in gran parte annientate.

La risposta di Teheran non si è fatta attendere ed è arrivata per voce del portavoce dello Stato Maggiore iraniano, Abolfazl Shekarchi, che ha lanciato una minaccia altrettanto chiara e speculare: se gli Stati Uniti dovessero attaccare le infrastrutture di Kharg, tutti gli impianti petroliferi e del gas nei Paesi da cui fosse stato condotto l’attacco verrebbero ridotti in cenere. Un avvertimento diretto non solo agli Stati Uniti, ma anche a quei Paesi del Golfo che ospitano basi militari americane e che, loro malgrado, si trovano sempre più invischiati in un conflitto dalla portata regionale. L’Iraq, nel frattempo, ha dichiarato di aver raggiunto un accordo con l’Iran per permettere il passaggio di alcune sue petroliere attraverso lo Stretto, un segnale che, nonostante la chiusura dichiarata da Teheran per le navi nemiche, qualche spiraglio per il traffico “amico” sembra voler essere mantenuto.

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