Roberto D’Aversa, il Torino e quel tabù da sfatare a San Siro contro il Milan
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Redazione Sport
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L’avvicendamento in panchina, quella scelta che fino a poche settimane fa poteva apparire come l’ultima spiaggia di una società in difficoltà, si sta rivelando per il Torino una mossa dalla portata ben più ampia del semplice cambio di guida tecnica. Dopo l’esonero di Marco Baroni, arrivato al termine di un ciclo contraddistinto da una chiara confusione tattica e da risultati deludenti – 27 punti in 26 giornate erano davvero pochi per sentirsi tranquilli – la società granata ha deciso di affidare le chiavi della squadra a Roberto D’Aversa, un tecnico che di strada ne ha fatta, e pure tanta, per riportare ordine dove regnava l’anarchia calcistica. Il suo esordio, va detto, è coinciso con una ventata di concretezza: nelle prime tre uscite, al netto della sconfitta maturata al Maradona contro un Napoli comunque superiore, sono arrivate due vittorie pesantissime, quella contro la Lazio – la stessa Lazio che pochi giorni fa ha battuto il Milan – e il rotondo 4-1 inflitto al Parma, uno scontro diretto che non si poteva fallire. Ecco, forse è proprio questo il nocciolo della questione: D’Aversa, che da calciatore muoveva i primi passi proprio nel Milan, ha ridato al Toro una identità smarrita, fatta di sacrificio e di reparti compatti, un’impronta meno estetica ma sicuramente più efficace rispetto al precario equilibrio dei suoi predecessori.
Sabato, però, il banco di prova si fa improvvisamente più impervio. Il Torino vola a San Siro per affrontare i rossoneri di Massimiliano Allegri, reduci da un passo falso proprio all’Olimpico contro quella Lazio che i granata avevano domato, e lo fa con un duplice peso sulle spalle: da un lato c’è la storia, quel digiuno di vittorie in casa del Milan che dura da 41 anni, un periodo talmente lungo da sembrare quasi una maledizione; dall’altro c’è la sfida personale del loro allenatore. Per D’Aversa, infatti, battere il Milan rappresenta un vero e proprio tabù, una di quelle statistiche che prima o poi si spera di mandare in soffitta. In nove precedenti sulla panchina di altre squadre, il tecnico abruzzese non è mai riuscito a imporsi contro i rossoneri, raccogliendo al massimo un paio di pareggi e una lunga teoria di sconfitte. A rendere il quadro ancora più complesso, per lui, c’è anche il confronto diretto con Allegri: cinque incroci e quattro ko, numeri che raccontano di una superiorità schiacciante del livornese nei duelli personali.
La partita, in programma per il tardo pomeriggio di sabato, arriva in un momento particolare per entrambe le formazioni, sebbene con obiettivi diametralmente opposti. Il Milan, secondo in classifica con 54 punti ma con una partita in meno rispetto all’Inter capolista, deve assolutamente rialzarsi dopo lo scivolone di Roma per non perdere ulteriore terreno nella corsa scudetto. Allegri, dal canto suo, ritrova pedine fondamentali come Adrien Rabiot, reduce da un turno di squalifica, e dovrà gestire con cura il turnover in vista del finale di stagione. Dall’altra parte, il Torino di D’Aversa – che proprio sabato cercherà la sua prima volta a San Siro – ha l’occasione per dimostrare che la cura non è solo un fuoco di paglia, ma un progetto solido. Con 27 punti raccolti finora, gli stessi del Genoa, la salvezza è ancora tutta da conquistare, e un risultato positivo contro una big rilancerebbe ulteriormente le ambizioni di una piazza storicamente esigente.
E allora, al di là degli schemi e delle formazioni, la sfida di San Siro si carica di significati che vanno oltre la semplice posta in palio. Da un lato un Milan ferito nell’orgoglio, dall’altro un Torino rinato nella testa oltre che nei polmoni. D’Aversa, che in passato ha firmato imprese memorabili come la doppia promozione dalla Serie C alla A con il Parma, sa bene che certe maledizioni sono fatte per essere infrante. Servirà la partita perfetta, quella in cui la disciplina tattica – che lui stesso ha imposto – si sposi con la giusta dose di cinismo. Perché se è vero che il Toro a Milano non vince da decenni, è anche vero che le squadre che hanno poco da perdere, quando trovano ordine e convinzione, possono diventare le più pericolose. Sarà un banco di prova importante per capire se questa rinascita è solida o se si tratta solo di una momentanea illusione ottica, destinata a svanire al primo vero ostacolo.




