Iran e Usa riaprono il dialogo sul nucleare a Roma, ma la strada è ancora lunga
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Redazione Interno
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"Questi colloqui stanno prendendo slancio e ora anche l'improbabile è possibile". Con queste parole, il ministro degli Esteri dell'Oman, Sayyid Badr Abulsaidi, ha descritto l’atmosfera della seconda sessione di negoziati indiretti tra Iran e Stati Uniti, tenutasi a Roma sotto la mediazione del suo governo. Sebbene i giornalisti accampati davanti all’ambasciata omanita in via della Camilluccia non abbiano potuto cogliere alcun sorriso tra i partecipanti, il bilancio ufficiale parla di un clima "costruttivo", nonostante le persistenti tensioni.
A guidare le delegazioni sono stati Seyed Abbas Araqchi, viceministro degli Esteri iraniano, e Steve Witkoff, inviato speciale di Trump per le crisi in Ucraina e Medio Oriente. Quattro ore di discussioni che, pur non avendo prodotto svolte decisive, hanno almeno scongiurato il fallimento. Teheran, da parte sua, insiste sulla necessità di un accordo "equilibrato", respingendo qualsiasi condizione percepita come una resa incondizionata. Ma l’ostacolo più grande rimane Israele, che continua a opporsi fermamente all’accesso dell’Iran alla tecnologia nucleare, minacciando persino azioni militari autonome qualora gli Usa dovessero ammorbidire la loro posizione.
Una novità emersa dai colloqui è la richiesta iraniana di coinvolgere la Russia nel processo, proponendo che Mosca si faccia custode dell’uranio impoverito. Una mossa che, se da un lato potrebbe alleggerire le pressioni internazionali, dall’altro rischia di complicare ulteriormente il quadro geopolitico. Intanto, alla Farnesina, il ministro Antonio Tajani ribadisce il ruolo dell’Italia come "capitale di pace", sottolineando la volontà di sostenere gli sforzi diplomatici americani. "Non basta un giorno solo – ha affermato – la pace deve essere giusta e duratura".




