L’imam Baya ospite alla Camera dopo l’elogio ai missili iraniani e a Sinwar

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda, destinata ad alimentare un acceso dibattito politico e istituzionale, ruota attorno alla figura di Brahim Baya, referente della moschea Taiba di Torino e portavoce del centro culturale Rayan, il quale, dopo aver pubblicamente manifestato il proprio sostegno ai missili iraniani e aver speso parole di elogio nei confronti di Yaya Sinwar – quest’ultimo riconosciuto come la mente dell’attacco del 7 ottobre – è stato invitato a prendere parte a un’iniziativa politica ospitata presso la Camera dei Deputati. L’evento, organizzato dal Movimento 5 Stelle con la partecipazione di varie sigle, tra cui i Carc, gruppi di boicottaggio e realtà riconducibili ai centri sociali, ha visto la presenza di diverse deputate e deputati pentastellati, sollevando più di una perplessità in merito all’opportunità di concedere spazi istituzionali a chi ha fatto dichiarazioni di quella portata.

Le esternazioni pubbliche e il messaggio sui missili

Il nucleo della controversia affonda le radici in un intervento pubblico di Baya, ripreso in un video che ha rapidamente fatto il giro dei media, nel quale, rivolgendosi ai presenti in piazza, esordiva con un chiaro «Noi tifiamo per i missili iraniani», per poi motivare quel tifo come una forma di rivalsa per ciò che lui ha definito un genocidio in corso da due anni, durante il quale, a suo dire, i palestinesi sarebbero stati massacrati mentre i «sionisti ballavano sul loro sangue». Non è la prima volta che il religioso torinese utilizza toni accesi: in passato, lo stesso Baya aveva ricondiviso discorsi di Sinwar, esaltandone l’eredità non solo militare ma anche morale e politica, e aveva commentato la morte di Ismail Haniyeh, altro leader di Hamas, con parole che lasciavano intendere una continuità nella lotta e nella successione ai vertici del movimento.

Il legame con l’ambiente dell’occupazione e i precedenti giudiziari

La figura di Baya, peraltro, non è nuova a iniziative che hanno scavalcato i confini della semplice protesta politica, intrecciandosi con dinamiche di occupazione di spazi pubblici e universitari. Già nel 2024, era finito al centro delle cronache per aver guidato una preghiera islamica all’interno dell’Università di Torino, a Palazzo Nuovo, durante un’occupazione studentesca di stampo filo-palestinese, un episodio che aveva scatenato le reazioni del Ministero dell’Università e dello stesso rettore, il quale aveva parlato di parole di violenza inconciliabili con il carattere laico e democratico dell’ateneo. In quella circostanza, Baya respinse le accuse di aver inneggiato alla guerra santa, limitandosi a difendere il diritto alla preghiera e la libertà di espressione, ma le sue frequenti apparizioni pubbliche accanto a esponenti dei centri sociali, come nel caso dell’assemblea organizzata dopo lo sgombero dell’Askatasuna, hanno contribuito a consolidare un’immagine di figura capace di fare da collante tra rivendicazioni religiose e istanze della galassia antagonistica.

Le reazioni politiche e la questione della libertà d’espressione

Dall’opposizione, e in particolare da Fratelli d’Italia, sono arrivate condanne nette: il senatore Maurizio Gasparri ha definito l’iniziativa del Movimento 5 Stelle una scelta vergognosa, chiedendo l’intervento del presidente della Camera per evitare che l’istituzione venga prestata a simili manifestazioni. Analogamente, il vicecapogruppo di FdI al Senato, Marco Scurria, ha sottolineato la gravità del fatto che il Parlamento venga trasformato in una tribuna per chi legittima la violenza e gli attacchi contro i civili, richiamando alla memoria anche il precedente invito, sempre da parte pentastellata, a Mohammad Hannoun, figura considerata vicina ad Hamas e attualmente detenuta. Dalle sue pagine social, Baya ha risposto alle critiche con un video in cui, quasi rincarando la dose, si è scagliato contro chi lo accusa, sostenendo che qualsiasi parola possa essere usata contro di lui e che, pertanto, tanto vale utilizzare tutte le parole che si ritiene di dover impiegare.

Le precedenti polemiche e il rapporto con le istituzioni

Osservando la cronologia degli eventi, emerge come la figura del predicatore sia da tempo nel mirino di chi denuncia un atteggiamento ambiguo verso il terrorismo e una costante propensione a testare i limiti della libertà di espressione. In passato, la premier Giorgia Meloni aveva auspicato un intervento della magistratura nei suoi confronti, dopo il sermone tenuto in ateneo, sottolineando come non si possa tollerare la propaganda jihadista in Italia mentre si pretende di rimuovere i crocifissi dalle aule scolastiche in nome della laicità. Lo stesso Baya, forte della protezione offertagli da alcuni settori dell’attivismo politico, ha più volte rivendicato la propria autonomia dal governo, arrivando a invitare i cittadini musulmani a votare no al referendum sulla giustizia, quasi a voler dimostrare che le pressioni dell’esecutivo non sortiscono effetto sulla sua libertà di azione e di parola.

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