Referendum, la foto nella cabina elettorale dell’imam di Torino accende la polemica: “Gesto grave e illecito”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Bastano pochi secondi, il tempo di uno scatto, per trasformare un atto intimo e protetto dalla legge come il voto in un manifesto pubblico. È successo a Torino, dove l’imam Brahim Baya, figura nota nel panorama dell’attivismo islamico locale, ha pubblicato sui propri profili social una fotografia scattata all’interno della cabina elettorale, immortalando la propria mano – riconoscibile per il braccialetto con la scritta “Gaza” – mentre esprimeva la preferenza per il “No” al referendum sulla giustizia. Un gesto che, al di là del contenuto politico del voto, ha immediatamente sollevato un coro di critiche per la sua palese violazione delle regole che tutelano la segretezza del voto e, più in generale, il corretto svolgimento della procedura democratica.
La fotografia, accompagnata da un testo in cui l’imam dichiarava di aver scelto “anche per Gaza”, non è passata inosservata. Le reazioni politiche non si sono fatte attendere, con esponenti di Fratelli d’Italia che hanno alzato il tono della polemica, definendo l’accaduto non più tollerabile. Roberto Ravello, consigliere regionale del partito, ha parlato di un gesto che va “oltre ogni limite di decenza”, sottolineando come l’ostentazione sui social di un comportamento illecito rappresenti una sfida alle istituzioni e un modo per “prendersi gioco dell’Italia e degli italiani”. Secondo Ravello, il gesto si inserirebbe in un atteggiamento ricorrente, alimentando una retorica divisiva lontana dal confronto civile che ci si aspetterebbe da chi ricopre un ruolo di guida religiosa.
Anche al Senato la vicenda ha trovato spazio nelle dichiarazioni ufficiali. Paola Ambrogio, senatrice di Fratelli d’Italia, ha denunciato l’episodio come un atto di assoluta gravità, ricordando come l’esibizione della scheda elettorale su un social network costituisca uno “svilimento di un momento essenziale della democrazia”. La senatrice ha richiamato il principio fondamentale della libertà e segretezza del voto, tutelato da regole che dovrebbero valere in egual modo per tutti i cittadini, senza distinzioni. L’attenzione si è così spostata sul profilo pubblico di Baya, già al centro di polemiche in passato per le sue posizioni ritenute estremiste, in particolare per il sostegno alla causa palestinese e per le sue frequenti critiche al governo.
La normativa in materia è, in questo caso, particolarmente stringente. Secondo la legge, introdurre un telefono cellulare o qualsiasi altro dispositivo in grado di fotografare all’interno della cabina elettorale è un comportamento espressamente vietato, configurando un illecito penale. Le conseguenze per chi viene scoperto, o denunciato, sono ben precise: si va dall’arresto da tre a sei mesi fino a un’ammenda che può arrivare a mille euro, senza contare le possibili ripercussioni legate alla violazione della segretezza del voto, un principio cardine sancito dalla Costituzione. La pubblicazione sui social, inoltre, amplifica la portata dell’illecito, trasformandolo in una sorta di propaganda che sfugge ai limiti imposti dal silenzio elettorale.
Il riferimento alla causa palestinese, esplicitato da Baya con il braccialetto e con il testo del post, ha ulteriormente infiammato gli animi. Per i rappresentanti di Fratelli d’Italia, il gesto rappresenterebbe la prova di una militanza che va oltre il dibattito politico interno, tentando di caricare il voto amministrativo e referendario di simbolismi legati alla politica estera. In passato, lo stesso imam era già finito sotto la lente d’ingrandimento per alcune esternazioni giudicate inaccettabili dal centrodestra, come l’elogio di figure legate alla resistenza palestinese, episodi che avevano portato alcuni parlamentari a chiedere interventi delle autorità.
L’episodio si inserisce in un contesto più ampio di tensione durante la giornata di voto, in cui le foto delle schede pubblicate illegalmente non sono state un caso isolato. Secondo alcune segnalazioni, diversi profili riferibili alla comunità islamica avrebbero diffuso immagini simili, nel tentativo di invitare i propri seguaci a votare “No”, con un attivismo che alcuni osservatori hanno definito spinto. Questo, unito alla presenza in altre occasioni di Baya accanto a figure di estrema sinistra e antagonisti, ha riacceso un dibattito sul ruolo degli attivisti religiosi nello spazio pubblico e sui limiti della libertà di espressione in occasione delle consultazioni popolari.
La risposta dell’imam e le reazioni incrociate
Di fronte alle accuse, l’imam non ha mostrato segni di cedimento, anzi. Sui suoi canali social ha ribadito le proprie posizioni, rispondendo alle critiche con un atteggiamento che i suoi oppositori hanno definito di sfida. In un clima già surriscaldato, il leader della moschea Taiba di Torino ha rilanciato, polemizzando in particolare con alcune testate giornalistiche che avevano dato risalto al suo gesto e che, a suo dire, farebbero parte di un “ecosistema islamofobo”. Ne è nato un botta e risposta che ha coinvolto direttamente anche il direttore del *Giornale*, Tommaso Cerno, con Baya che lo ha accusato di essere “disperato” nel tentativo di fermare la sua battaglia.
In questo caso, la reazione della politica ha fatto da cassa di risonanza. Il consigliere Ravello, nell’attaccare Baya, ha ripercorso le tappe di un dissenso che considera ormai strutturato, ricordando come la figura dell’imam sia già stata al centro di polemiche analoghe, come quella per la preghiera organizzata all’Università di Torino nel maggio del 2024. Un filo conduttore che, secondo il centrodestra, legherebbe l’attivismo di Baya a una critica preconcetta verso le istituzioni italiane, indipendentemente dal merito della riforma costituzionale in discussione.
Dal punto di vista squisitamente giudiziario, resta ora da vedere se le denunce politiche si tradurranno in un’effettiva azione della magistratura. Sebbene la legge sulla segretezza del voto sia chiara, la diffusione massiccia di foto come quelle pubblicate da Baya mette alla prova i meccanismi di controllo. Non è raro, in occasione di elezioni o referendum, che episodi simili finiscano con l’essere archiviati o sanzionati in modo lieve, ma la visibilità del caso e la determinazione con cui Fratelli d’Italia sta portando avanti la polemica potrebbero spingere le procure a valutare con attenzione le condotte.
Ciò che emerge con chiarezza, al di là delle contrapposizioni politiche, è la questione centrale del rispetto delle regole. La segretezza del voto, oltre a essere un obbligo legale, è la garanzia che la scelta del singolo avvenga senza condizionamenti esterni. Fotografare la scheda, pubblicarla, e legarla a una causa geopolitica come quella della striscia di Gaza, trasforma l’espressione democratica in un atto collettivo di propaganda, sollevando interrogativi profondi sul concetto di rappresentanza e sul limite tra partecipazione civica e strumentalizzazione. La vicenda torinese, quindi, si presta a essere osservata come un banco di prova per valutare quanto il sistema sia in grado di tutelare la sacralità del voto di fronte alle sollecitazioni del mondo digitale.




