L'imam Shahin, il caso di Torino tra archivazione e decreto di espulsione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La procura di Torino, come è emerso dalle carte, aveva archiviato l’indagine sull’imam di San Salvario, Mohamed Shahin, la cui posizione era finita sotto esame dopo una segnalazione della Digos. Gli agenti, che avevano annotato alcune dichiarazioni rese durante una manifestazione il 9 ottobre, trasmisero il tutto ai magistrati, i quali però non vi ravvisarono gli estremi di un reato. Nelle frasi pronunciate, nelle quali l’uomo aveva affermato di non ritenere gli attacchi di Hamas una forma di violenza, non fu individuato alcun elemento per ipotizzare un’istigazione a delinquere, né altre violazioni del codice penale, portando così all’archiviazione del caso.

Le reazioni politiche e la difesa di Chiesa e sindacato

Nonostante la chiusura del procedimento giudiziario, le dichiarazioni dell’imam sono state oggetto di un intervento politico, con la deputata Augusta Montaruli che ha sollecitato pubblicamente il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il quale ha poi firmato il decreto di espulsione. Il Viminale, dal canto suo, considera Shahin una persona radicalizzata e una minaccia per la sicurezza nazionale. A questa posizione si sono opposti, con nettezza, il vescovo di Torino, monsignor Roberto Olivero, e la Cgil, i quali hanno difeso pubblicamente il religioso, sostenendo che egli abbia semplicemente espresso un’opinione e che la sua espulsione non sia giustificata.

La detenzione e le dichiarazioni dall'interno del Cpr

Attualmente rinchiuso nel Centro di permanenza per i rimpatri di Caltanissetta, l’imam ha ricevuto la visita del Garante dei detenuti della regione, al quale ha rilasciato delle dichiarazioni per chiarire la sua posizione. “Le mie parole sono state travisate”, ha affermato Shahin, aggiungendo di essere “un uomo di pace” e di non ricoprire “un ruolo di rilievo in ambienti dell’Islam radicale”. Ha espresso rammarico per una possibile incomprensione delle sue intenzioni e ha lanciato un appello accorato, chiedendo di non essere rimpatriato in Egitto, paese dove teme che la sua vita sarebbe seriamente in pericolo.

La strategia legale per contrastare l'allontanamento

Il suo trasferimento forzato, per il momento, è bloccato dalla permanenza nella struttura siciliana, che durerà almeno quindici giorni, un lasso di tempo che consente ai suoi legali di organizzare la difesa. Il team di avvocati, infatti, sta preparando tre distinti ricorsi per contrastare il provvedimento del Viminale, puntando a invalidare il decreto di espulsione e a mantenere l’uomo sul territorio italiano, in un confronto che si annuncia principalmente di carattere giudiziario.

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