Stop all’espulsione dell'imam Shahin, la procura di Torino aveva archiviato il caso

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Tredici organizzazioni hanno sollecitato il governo e il Viminale a fermare l’espulsione verso l’Egitto di Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin, cittadino egiziano residente a Torino da circa vent’anni, invocando il rispetto degli obblighi in materia di diritti umani e del principio di non-refoulement. La richiesta, che si inserisce in un quadro giudiziario complesso, arriva mentre l’uomo è trattenuto nel centro di permanenza per il rimpatrio di Caltanissetta, una misura decisa a seguito di un discorso tenuto lo scorso ottobre durante una manifestazione per Gaza. In quell’occasione, Shahin – imam della moschea di via Saluzzo, nel quartiere San Salvario – dichiarò di essere “d’accordo” con gli eventi del 7 ottobre 2023, episodio in cui persero la vita circa milleduecento persone e duecentocinquanta furono rapite, definendo quanto accaduto “non una violenza”.

Il procedimento giudiziario e le irregolarità contestate

Il percorso che ha portato alla detenzione dell’imam, il quale è sottoposto a un procedimento giudiziario ingiusto secondo le organizzazioni della società civile, presenta evidenti irregolarità procedurali a partire dal 24 novembre 2025. Quel giorno, infatti, Shahin è stato formalmente posto sotto accertamenti dalle autorità, un atto che ne ha sancito la reclusione in attesa dell’espulsione. Le frasi pronunciate nel comizio, che le forze dell’ordine hanno interpretato come un sostegno ad Hamas, sono state però oggetto di un’indagine della Procura di Torino, la quale ha già archiviato il fascicolo – un modello 45, senza indagati né ipotesi di reato – lo scorso ottobre. I magistrati, valutando il contenuto del discorso, vi hanno ravvisato esclusivamente «l’espressione di un pensiero», non configurando gli estremi né dell’apologia di terrorismo né dell’istigazione a delinquere e rendendolo di fatto non perseguibile penalmente.

La reazione del Team Vannacci e la posizione del vescovo Olivero

La vicenda ha suscitato reazioni contrastanti, tra cui quella del Team Vannacci di Pinerolo, il quale ha espresso sconcerto per le dichiarazioni pubbliche del vescovo Derio Olivero in difesa dell’imam. Il gruppo, in una lettera diffusa e pubblicata, ha definito inaccettabile che un rappresentante della Chiesa cattolica si sostituisca allo Stato nel formulare valutazioni di merito su questioni di sicurezza e legalità, prendendo atto con disappunto dell’intervento del presule. L’attenzione sul caso, del resto, era stata riaccesa pochi giorni prima, il 28 novembre, quando alcuni filopalestinesi assalirono la redazione torinese del quotidiano La Stampa, un episodio di cronaca nera che ha riportato i riflettori sulla situazione dell’uomo e sul rischio della sua rimozione forzata.

La decisione dei giudici di Catania e il contesto internazionale

Nonostante il parere archiviativo della Procura di Torino, la competenza sull’espulsione è passata ai giudici di Catania, i quali dovranno ora deliberare sulla sorte di Shahin. La scelta, che tiene conto anche del contesto internazionale – con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump nuovamente alla guida della Casa Bianca – si prospetta delicata, poiché deve bilanciare le valutazioni di sicurezza con i diritti fondamentali della persona. La detenzione nel centro siciliano, infatti, rappresenta l’anticamera di un possibile rimpatrio in Egitto, un paese rispetto al quale le organizzazioni firmatarie evidenziano gravi preoccupazioni in termini di protezione, facendo appello alle istituzioni italiane affinché neghino il respingimento e ottemperino ai propri doveri sovrani in materia di asilo.

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