L'imam Shahin, la procura archiviò le indagini e ora il Viminale ne chiede l'espulsione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La procura di Torino aveva archiviato l’indagine sull’imam Mohamed Shahin, il religioso che il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi intende ora espellere dall'Italia, dopo che una denuncia, originata da un’annotazione della Digos, era stata presto archiviata dai pm i quali non vi avevano ravvisato alcun reato. La Digos della Questura di Torino aveva infatti trasmesso agli investigatori un’annotazione concernente le frasi pronunciate durante una manifestazione pro-Palestina il 9 ottobre, nelle quali Shahin, imam della moschea di San Salvario, aveva affermato di non ritenere gli attacchi di Hamas una violenza. Nelle sue dichiarazioni, per le quali una deputata di Fratelli d’Italia ha di fatto sollecitato e ottenuto dal ministro l’avvio della procedura di espulsione del religioso, la procura non aveva individuato alcun elemento concreto per ipotizzare una violazione del codice penale, nemmeno il reato di istigazione a delinquere, il che aveva portato al definitivo insabbiamento delle carte.

Le parole dall'interno del Cpr

“Le mie parole sono state travisate. Mi dispiace tanto. Sono un uomo di pace”, ha dichiarato Shahin, il quale, ricevendo la visita del Garante dei detenuti siciliano, ha voluto chiarire la sua posizione, aggiungendo di non ricoprire “un ruolo di rilievo in ambienti dell’Islam radicale, come è stato detto”. L’uomo, i cui toni hanno rivelato una profonda preoccupazione, ha espresso il timore per le conseguenze di un eventuale rimpatrio forzato in Egitto, affermando con decisione: “Chiedo di restare in Italia. Se verrò trasferito in Egitto, la mia vita sarà a rischio, non fatemi andare in Egitto…”. A parlare è dunque Mohamed Shahin, 47 anni, attualmente rinchiuso nel Centro di permanenza per i rimpatri di Caltanissetta, dove la sua permanenza è stata formalmente convalidata, mentre il ministero procede per il suo allontanamento coatto.

La strategia legale per bloccare il decreto

Gli avvocati di Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin, imam della moschea di San Salvario a Torino, stanno ora predisponendo tre distinti ricorsi legali contro il decreto di espulsione emesso dal Viminale, cercando in questo modo di guadagnare tempo e di scardinare le motivazioni alla base del provvedimento. L’uomo, che è stato trasferito nel Cpr nisseno, resterà all’interno della struttura per almeno quindici giorni, un lasso di tempo, questo, durante il quale l’allontanamento dal territorio nazionale non potrà essere materialmente eseguito, dando modo ai suoi legali di presentare le proprie difese e di contestare l’atto amministrativo che lo riguarda.

Un percorso di integrazione e le ombre delle recenti accuse

Mohamed Shahin, che si trova in Italia da ventun anni, è sposato e padre di due figli piccoli nati a Torino, un fatto che delinea un percorso di radicamento nel tessuto sociale della città, dove, stando a quanto ricostruito, si era precedentemente distinto per un impegno attivo nel contrasto allo spaccio di droga nel quartiere di San Salvario. L’uomo, prelevato all'alba dalla sua abitazione, è destinatario di un decreto di espulsione con rimpatrio immediato in Egitto, firmato dal ministro Piantedosi, il quale ha deciso di agire nonostante le determinazioni della magistratura torinese, creando una situazione in cui le valutazioni di natura politica sembrano aver prevalso sugli esiti di un’indagine giudiziaria che si era conclusa senza riscontri penali.

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