L'imam di Torino tra espulsione e mobilitazione, il Viminale parla di minaccia grave

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il ministero dell'Interno, guidato da Matteo Piantedosi, ha definito Mohamed Shahin, l'imam 47enne di origini egiziane che guida un luogo di preghiera nel quartiere San Salvario a Torino, «una minaccia concreta, attuale e grave per la sicurezza dello Stato», motivazione che ha portato alla firma di un provvedimento di espulsione e al suo trasferimento in un centro di permanenza per il rimpatrio. Questa posizione, che trova il suo fondamento in un percorso di radicalizzazione religiosa e in una ideologia antisemita che l'uomo avrebbe abbracciato, stando alle valutazioni delle autorità, entra in una sfera di contrasto netta con l'inquadramento giudiziario fornito dalla procura torinese, la quale lo ha iscritto nel registro degli indagati esclusivamente per il reato di blocco stradale, occorso in occasione di una manifestazione di sostegno alla Palestina.

Le motivazioni dettagliate del decreto

Nel decreto ministeriale, un documento di sei pagine, si specifica come la condotta dell'imam non si limiterebbe alle dichiarazioni pubbliche, peraltro giudicate gravi, con le quali, durante un corteo, avrebbe espresso condivisione per gli attacchi del 7 ottobre; il testo, che delinea un profilo di soggetto radicalizzato, aggiunge l’elemento dei contatti, ritenuti pericolosi, con persone note per le loro posizioni fondamentaliste. Queste circostanze, considerate nel loro insieme, hanno spinto il Viminale a valutare la sua permanenza sul territorio nazionale come incompatibile con gli interessi della sicurezza collettiva, avviando così un iter amministrativo che ha superato il confine della semplice accertazione penale.

La reazione politica e la mobilitazione civile

La decisione ha immediatamente assunto i contorni di un caso politico, dividendo l’arena parlamentare: da un lato, le forze di governo hanno lodato l’azione del ministro, dall’altro alcuni partiti di opposizione hanno presentato una interpellanza alla Camera chiedendo di fermare il rimpatrio. Parallelamente, si è attivata una mobilitazione di carattere civile e religioso, la quale ha visto la Rete del dialogo cristiano islamico inviare una lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al ministro Piantedosi, auspicando che a Shahin venga concessa la possibilità di tornare alla sua «opera di dialogo e solidarietà», un’attività che, a loro dire, caratterizzava la sua presenza in città.

Il quadro beyond le dichiarazioni pubbliche

Oltre alla difesa organizzata, che ha coinvolto anche rappresentanti del sindacato e una parte del mondo cattolico, come il vescovo di Pinerolo, le autorità sottolineano come il provvedimento non sia scaturito da un episodio isolato. Esso, piuttosto, rappresenta l’esito di un monitoraggio più ampio, volto a valutare la pericolosità del soggetto in un’ottica di prevenzione di minacce alla sicurezza nazionale, una valutazione che, per sua natura, opera su un piano diverso e talvolta slegato dall’accertamento di reati specifici già perseguibili dal codice penale.

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