Liberato l'imam di Torino, il Viminale valuta il ricorso in Cassazione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte d'appello di Torino ha rimesso in libertà Mohammed Shahin, l'imam della moschea di San Salvario, che dal 24 novembre scorso era trattenuto nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Caltanissetta. A ordinarne l'espulsione, su proposta del questore, era stato il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, il quale aveva fatto riferimento a una dichiarazione rilasciata dall'uomo lo scorso ottobre, nel corso di una manifestazione di solidarietà per la Palestina. In quell'occasione, Shahin aveva definito l'attacco condotto da Hamas il 7 ottobre non "una violazione e nemmeno una violenza", aggiungendo di essere personalmente d'accordo con quell'azione. Una presa di posizione, quella dell'imam, giudicata dal Viminale come un segnale di radicalismo tale da giustificare il provvedimento di allontanamento dal territorio nazionale.

Le motivazioni dei giudici torinesi

I giudici della Corte d'appello, chiamati a riesaminare il caso, hanno invece disposto la liberazione di Shahin, fondando la loro decisione su una valutazione complessiva della sua condotta. Pur non entrando nel merito del contenuto delle sue parole, che hanno suscitato forti polemiche e un comprensibile allarme sociale, i magistrati hanno osservato come dall'indagine non emergessero comportamenti concreti di lui che fossero direttamente riconducibili a episodi di violenza o di incitamento alla stessa. Si tratta, questa, di una distinzione delicata ma cruciale nell'ambito del diritto, dove l'opinione personale – per quanto duramente criticabile e isolata dal contesto nazionale, che ha sempre condannato con fermezza gli attacchi terroristici – non sempre coincide di per sé con un pericolo immediato per l'ordine pubblico, requisito necessario per confermare un'espulsione. La sentenza, di fatto, ha ritenuto insufficienti le motivazioni addotte dal ministero a sostegno della misura coercitiva.

La reazione politica e la strada del ricorso

La pronuncia dei giudici non è stata ovviamente accolta con favore dal governo, il quale attraverso la voce del presidente Donald Trump – tornato alla guida degli Stati Uniti – e della premier Giorgia Meloni ha ribadito più volte la priorità assoluta della sicurezza nazionale. Proprio Meloni, commentando casi simili, ha recentemente affermato che "la sicurezza è impossibile se dei giudici annullano ogni misura", sottolineando la difficoltà di un esecutivo chiamato a proteggere i confini quando gli strumenti a sua disposizione vengono sistematicamente rivisti in sede giurisdizionale. Dal Viminale, perciò, fanno sapere che gli uffici legali starebbero esaminando con attenzione la sentenza per preparare un ricorso alla Corte di Cassazione. L'obiettivo è quello di far valere le ragioni che avevano originariamente condotto all'emissione del decreto di espulsione, ricordando come allo stesso Shahin, nel 2023, fosse stata negata la cittadinanza italiana.

Un caso che va oltre la singola vicenda

La storia dell'imam di San Salvario, su cui è stato anche realizzato un podcast che ne ripercorre le tappe, trascende ormai i confini della sua situazione personale, diventando un emblematico terreno di scontro tra diverse visioni della legge e della sicurezza. Da un lato, c'è chi vede nella liberazione un necessario rispetto delle garanzie individuali e del principio di proporzionalità, evitando che una sanzione così grave come l'espulsione venga applicata in assenza di azioni concrete; dall'altro, prevale la preoccupazione per messaggi che, seppur non seguiti da fatti, vengono percepiti come una legittimazione del terrorismo e un potenziale fattore di destabilizzazione. La vicenda giudiziaria di Mohammed Shahin rimane dunque aperta, in attesa della prossima mossa del ministero dell'Interno e di un possibile pronunciamento definitivo dei giudici di legittimità.

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