L'imam Shahin è libero, il Viminale non si arrende e prepara il ricorso

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mohamed Shahin, l'imam di Torino la cui espulsione è stata disposta dal ministero dell'Interno, ha potuto raggiungere la sua famiglia a Milano dopo che la Corte d'appello del capoluogo piemontese ne ha disposto la scarcerazione dal Centro di permanenza per i rimpatri di Caltanissetta. L'uomo, nel ribadire pubblicamente la propria posizione, ha affermato di voler continuare «il suo lavoro di pace e integrazione», una dichiarazione che si scontra però con la ferma determinazione dell'esecutivo. Al Viminale, dove il ministro Matteo Piantedosi ritiene Shahin una minaccia per la sicurezza nazionale, non si registrano infatti ripensamenti e si lavora, anzi, alla redazione di un ricorso che secondo le indicazioni pervenute verrà depositato entro la fine della settimana.

La reazione del ministro e lo scontro con la magistratura

La decisione dei giudici torinesi, che ha di fatto sospeso l'esecuzione del provvedimento amministrativo, ha innescato una reazione durissima da parte del governo, la cui polemica investe direttamente l'operato della magistratura. Il ministro Piantedosi, intervistato in televisione, ha espresso tutto il suo rammarico, sostenendo che la sentenza «vanifica il lavoro che c’è dietro, degli operatori di polizia». Quel lavoro, ha aggiunto il titolare del Viminale, è stato peraltro fondamentale per la sicurezza collettiva, visto che «a oggi proprio il sistema di prevenzione ha reso immune il nostro Paese da attentati terroristici». Una valutazione, la sua, che travalica il singolo caso e si inserisce in un clima di tensione istituzionale, con la premier in prima linea nel sostenere la necessità di riforme dell'ordinamento giudiziario. La liberazione dell'imam, peraltro, è avvenuta dopo che i magistrati di Caltanissetta ne avevano accolto le istanze, valutando non sussistenti i presupposti per la custodia cautelare in attesa del rimpatrio.

Il dossier investigativo e la determinazione a procedere

La posizione del governo, che attraverso Piantedosi ha ribadito con forza l'intenzione di «andare avanti» per «fare valere le nostre ragioni», si fonda su un dossier investigativo di cui sono noti alcuni elementi. Nel fascicolo preparato dalle forze dell'ordine, che ha portato alla firma del decreto di espulsione, vengono citati una serie di incontri che l'imam avrebbe avuto con soggetti considerati estremisti. Questi contatti, unitamente a dichiarazioni pubbliche rese in relazione all'attacco terroristico del 7 ottobre condotto da Hamas contro Israele, costituirebbero, secondo la valutazione del ministero, il fondamento della pericolosità dell'uomo. Un profilo, questo, che le autorità di governo ritengono incompatibile con la permanenza sul territorio italiano, nonostante la professione di intenti pacifici dello stesso interessato.

Le prossime mosse nell'iter giudiziario

La partita si sposta dunque sui tavoli della giustizia amministrativa, dove il ricorso preparato dagli uffici legislativi del Viminale cercherà di ribaltare la sospensiva concessa dalla Corte d'appello. La strategia difensiva dell'imam, dal canto suo, verterà probabilmente sul tentativo di smontare le argomentazioni del ministero, sostenendo la legittimità delle sue attività religiose e di mediazione. Il caso, che assume i contorni di un vero e proprio banco di prova per l'equilibrio tra esigenze di sicurezza e garanzie individuali, rimane in attesa del prossimo passaggio processuale, mentre la persona al centro della vicenda riprende, almeno momentaneamente, la sua vita ordinaria.

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