L'imam Shahin torna libero, il ministro Piantedosi annuncia ricorso

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mohamed Shahin, l'imam di Torino da vent'anni alla guida di un luogo di culto nel popolare quartiere di San Salvario, ha ritrovato la libertà dopo che la Corte d'Appello del capoluogo piemontese ha disposto il suo rilascio dal Centro di permanenza per il rimpatrio di Caltanissetta. Il provvedimento, che ha portato al ricongiungimento dell'uomo con la propria famiglia, arriva in seguito all'emersione di quelli che i giudici hanno definito "elementi nuovi", presentati dalle difese e che hanno quindi indotto a disapplicare il decreto di espulsione firmato dal ministero dell'Interno. Una decisione, questa, che ha suscitato una reazione immediata da parte del governo, il quale, attraverso le parole del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, ha espresso il proprio disappunto e la ferma intenzione di procedere con un nuovo ricorso.

La difesa del provvedimento di espulsione

“La decisione della Corte d’Appello ci amareggia”, ha dichiarato Piantedosi, sottolineando come il decreto sia stato disapplicato da “un giudice in condizioni secondo noi anche molto singolari, molto particolari”. Il ministro, che ha ribadito la volontà di “andare avanti” e di “far valere le nostre ragioni”, ha spiegato che il ricorso verrà presentato poiché, a suo dire, la Corte si è espressa su una questione che aveva già valutato in precedenza, seppur sotto un diverso profilo. Le espulsioni, ha aggiunto Piantedosi, sono provvedimenti adottati “per la tutela dell’interesse nazionale, della sicurezza dello Stato”, un sistema di prevenzione che, nelle sue parole, “ha reso immune il nostro Paese da attentati terroristici”.

Le posizioni dell'imam e il dossier investigativo

Le perplessità del Viminale, del resto, affondano le radici in un dossier investigativo che avrebbe documentato, nel corso del tempo, alcuni incontri dell'imam con figure vicine ad ambienti estremisti. Proprio tali contatti, unitamente a dichiarazioni pubbliche ritenute gravi, avevano portato alla decisione dell’espulsione. Tra gli elementi considerati, un ruolo centrale lo ha avuto la partecipazione di Shahin a una manifestazione di solidarietà alla Palestina lo scorso 9 ottobre, durante la quale, secondo quanto riportato dagli atti, avrebbe definito gli assalti e le uccisioni del 7 ottobre non come “una violenza”, bensì come “la resistenza”. Una tesi, questa, che lo stesso imam avrebbe ribadito in seguito anche in Questura, davanti agli agenti della Digos, i quali hanno poi trasmesso un dettagliato carteggio alla Procura della Repubblica.

Il futuro della vicenda giudiziaria

Mentre Shahin, uscito dal Cpr, ha dichiarato di sperare “di continuare il mio lavoro”, la partita giudiziaria appare dunque tutt'altro che conclusa. La determinazione espressa dal ministro dell'Interno lascia intendere come il governo intenda percorrere ogni via legale possibile, ponendo la vicenda al centro di un più ampio dibattito sull'equilibrio tra sicurezza nazionale e diritti individuali. La prossima mossa spetterà ai giudici chiamati a esaminare il nuovo ricorso annunciato da Piantedosi, in un procedimento che continua a tenere alta l'attenzione delle istituzioni e dell'opinione pubblica.

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