L'imam Shahin è libero, la Corte di appello di Torino sospende l'espulsione
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La Corte di appello di Torino ha disposto la cessazione immediata del trattenimento di Mohamed Shahin, l’imam originario di Torino che era stato trasferito nel centro di permanenza per i rimpatri di Caltanissetta a fine novembre. Con una decisione che riafferma i limiti giuridici del potere esecutivo, i magistrati torinesi hanno accolto le argomentazioni dei legali della difesa, le cui istanze si fondavano sul quadro normativo europeo. Questo, come è noto, stabilisce con chiarezza che la privazione della libertà per un richiedente protezione internazionale deve configurarsi come misura eccezionale, un'extrema ratio lontana dall'essere applicata in modo sistematico. L’autorità giudiziaria, valutando il caso specifico, ha escluso infine la sussistenza di quella concreta e attuale pericolosità sociale che era stata alla base del provvedimento amministrativo.
Il provvedimento e il permesso provvisorio
Shahin, una volta rilasciato, ha potuto così ricongiungersi con i suoi familiari in una località del Nord Italia che non corrisponde alla città della sua precedente attività. Al momento dell’uscita dal Cpr, secondo quanto riportato da alcune agenzie di stampa, gli è stato consegnato un permesso di soggiorno di carattere provvisorio, un atto che consente la regolare permanenza sul territorio nazionale in attesa degli ulteriori sviluppi della vicenda. L’espulsione, ordinata dal ministro dell'Interno Matteo Piantedosi sulla scorta di valutazioni di sicurezza interne, ha quindi visto il suo iter interrotto, per il momento, dall’intervento della magistratura ordinaria, la quale ha esercitato il suo potere di controllo sulla legittimità dell’atto amministrativo.
Il dibattito sulla libertà di espressione
La vicenda, che trae origine da dichiarazioni pubbliche dell’imam in merito al conflitto israelo-palestinese, ha inevitabilmente sollevato un acceso dibattito sui confini della libertà di opinione. Commentatori come Marco Travaglio hanno espresso posizioni nette, criticando quella che è stata interpretata come una volontà di sanzionare penalmente o amministrativamente un'opinione, per quanto giudicata gravemente offensiva da molti. "Vogliono arrestare uno per aver detto una cazzata!", ha esclamato il giornalista, puntando il dito contro quanti, pur professandosi paladini del "free speech", invocherebbero misure repressive per affermazioni sgradite. Un principio, quello della libertà di espressione, che viene quindi a scontrarsi con le logiche di prevenzione basate su potenziali rischi per l’ordine pubblico.
La procedura non è archiviata
È importante sottolineare, tuttavia, che la liberazione di Shahin non equivale a un archiviazione definitiva della pratica a suo carico. La procedura amministrativa rimane infatti formalmente aperta, lasciando al ministero dell'Interno la facoltà di valutare i successivi passi, incluso un eventuale ricorso alla Corte di cassazione per impugnare la decisione della Corte di appello. La situazione giuridica dell’uomo resta dunque in uno stato di provvisorietà, bilanciata tra il permesso attualmente in vigore e la possibilità che l’autorità governativa riproponga, attraverso nuovi strumenti legali, le proprie ragioni di sicurezza nazionale.




