L'imam Shahin è libero, la Corte di Appello di Torino ne ordina il rilascio
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Redazione Interno
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Mohamed Shahin ha lasciato il Centro di permanenza per i rimpatri di Caltanissetta, dopo che i giudici della Corte di Appello di Torino hanno accolto il suo ricorso, disposto la cessazione del trattenimento e quindi la sua immediata scarcerazione. La decisione, che ha sollevato reazioni politiche contrapposte e un acceso dibattito nazionale, giunge a seguito dell'arresto dell'uomo, avvenuto lo scorso 24 novembre mentre accompagnava i propri figli a scuola, e del suo successivo trasferimento in Sicilia in attesa dell'espulsione. Un provvedimento, quest'ultimo, adottato in via straordinaria dal ministro dell'Interno, il quale aveva valutato come gravemente pregiudizievoli per la sicurezza nazionale alcune dichiarazioni pubbliche rilasciate dall'imam in relazione agli attacchi del 7 ottobre.
Le motivazioni dei giudici e il nuovo permesso
Nel dettaglio, i giudici torinesi hanno ritenuto che le nuove informazioni e documentazioni portate all'attenzione del collegio dagli avvocati difensori privassero di fondamento le ragioni originarie del trattenimento. La Corte, la cui sentenza ha un carattere cautelare e non si pronuncia sul merito del decreto di espulsione, ha stabilito che allo stato non sussistano elementi concreti e attuali per considerare Shahin un pericolo per l'ordine pubblico o la sicurezza dello Stato. Subito dopo il rilascio, all'uomo è stato consegnato dalla Questura di Caltanissetta un permesso di soggiorno provvisorio, condizione che gli permetterà di fare ritorno a Torino e di rientrare nella sua abitazione, nel quartiere di San Salvario, dove svolgeva il suo ministero religioso.
Il percorso giudiziario e il caso politico
La vicenda, che dai banchi di scuola dei figli si è rapidamente trasformata in un caso giudiziario e politico di rilevanza nazionale, ha visto la difesa presentare diversi ricorsi. Quello accolto dalla Corte di Appello si basava sulla contestazione della legittimità della privazione della libertà personale in un Cpr, considerata sproporzionata alla luce delle valutazioni aggiornate. La notizia del rilascio, trasmessa con rapidità, ha suscitato immediate reazioni, tra le quali quella di Ilaria Salis, la quale, già in precedenza, aveva pubblicamente definito l'operato del Viminale come un "atto politico", un giudizio che riflette le forti tensioni ideologiche sollevate dalla gestione del caso.
Le reazioni e il dibattito sulla sicurezza
La decisione della magistratura, se da un lato è stata accolta con favore da chi vedeva nel trattenimento un eccesso, ha generato un visibile sconcerto nell'area del centrodestra, la cui maggioranza di governo ha parlato, attraverso alcune voci, di uno "schiaffo allo Stato". Questo episodio, del resto, si inserisce in un solco già profondo del confronto italiano sul bilanciamento tra esigenze di sicurezza, spesso invocate con forza dopo gravi fatti di cronaca nera o internazionale, e le garanzie individuali sancite dall'ordinamento, che impongono un rigoroso esame caso per caso e il rispetto di specifiche condizioni per limitare la libertà personale.




