Corte di Caltanissetta conferma stop a rimpatrio imam di Torino Shahin

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Dopo il pronunciamento dei colleghi torinesi, anche la Corte d’Appello di Caltanissetta ha vietato il rimpatrio in Egitto di Mohamed Shahin, l’imam della moschea di San Salvario a Torino colpito da un decreto di espulsione del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. I giudici, respingendo un reclamo presentato dall’Avvocatura dello Stato contro la prima decisione del tribunale locale, hanno di fatto confermato la sospensione dell’allontanamento coatto. Nelle motivazioni, delle quali si è avuta conoscenza per indiscrezione, si afferma che Shahin deve essere considerato un richiedente asilo, circostanza che gli impedisce – in questa fase procedurale – di essere rispedito nel suo Paese d’origine in attesa che venga definita la sua posizione giuridica.

Il doppio stop giudiziario all'esecutivo

La sentenza nissena rappresenta il secondo significativo intoppo per le autorità di governo nell’arco di poche settimane, dopo che la Corte d’Appello di Torino aveva già disposto il rilascio dell’uomo dal Centro di Permanenza per il Rimpatrio dove era trattenuto, accogliendo uno dei ricorsi presentati dai suoi legali. Entrambe le decisioni, che si innestano in un quadro normativo complesso dove il diritto di asilo si interseca con le valutazioni di sicurezza nazionale, hanno determinato una situazione di stallo esecutivo. I magistrati, nel merito, hanno valutato che non sussistano al momento i presupposti per un’espulsione immediata, privilegiando l’esame della richiesta di protezione internazionale.

Il contesto dell'indagine e il provvedimento del Viminale

Il provvedimento amministrativo che ha colpito Shahin, il quale si trova al centro di un’indagine per associazione con finalità di terrorismo internazionale e finanziamento ad Hamas, trae origine da elementi investigativi che lo vorrebbero vicino ad ambienti estremisti. L’imam, secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dalla procura, avrebbe espresso elogi per gli attacchi terroristici dello scorso ottobre e risulterbbe coinvolto nello scandalo dei fondi transitati verso il gruppo palestinese. Il Viminale, esercitando le proprie prerogative in materia di ordine pubblico e sicurezza, ha dunque ritenuto di doverne disporre l’allontanamento dal territorio nazionale, considerandolo una minaccia.

Il nodo giuridico tra asilo e sicurezza

La vicenda giudiziaria, che vede contrapposte le ragioni della sicurezza dello Stato e le garanzie procedurali del richiedente protezione, rimane ora in attesa dei prossimi passi processuali. La qualifica di “richiedente asilo”, riconosciutagli dalle Corti, impone infatti di sottoporre la sua domanda al vaglio delle commissioni territoriali competenti, un iter che sospende di fatto l’esecutività del decreto di espulsione. La situazione, per molti aspetti emblematica delle difficoltà applicative in materia, lascia dunque l’imam sul territorio italiano mentre le autorità investigative proseguono il loro lavoro per accertare, in sede penale, le responsabilità individuali nell’ambito del filone d’inchiesta che lo riguarda.

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