Iran, la notte di guerra e la tregua opaca di Trump: razzi su Haifa e impianti in fiamme

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono bastate ventiquattr’ore, forse meno, per ridisegnare i confini della paura in Medio Oriente. Se la primavera sembrava aver portato una tregua instabile, l’estate del 2026 si apre invece con il boato dei sistemi di difesa aerea e il fumo nero degli impianti industriali in fiamme. L’ultima, pericolosissima escalation tra Iran e Israele, culminata nella notte tra domenica e lunedì, ha infatti infranto quel silenzio armato che resisteva dall’8 aprile, riportando il quadrante dell’Asia occidentale a un passo dal baratro.

Non si contano più i proclami e le minacce, ma stavolta i fatti hanno parlato chiaro: missili balistici lanciati da Teheran, caccia israeliani in azione sui cieli della Repubblica Islamica e un presidente americano, Donald Trump, costretto a chiedere pubblicamente ai due belligeranti di “smetterla subito di sparare”.

La rappresaglia a catena e il “vasto giro di vite” delle Idf

Tutto ha avuto inizio, in questo nuovo round, dalle incursioni israeliane in Libano. Un’offensiva mirata contro le infrastrutture di Hezbollah a Beirut, che però ha scatenato la reazione immediata dei Guardiani della Rivoluzione iraniana. Secondo quanto ricostruito, Teheran ha lanciato una salva di circa trenta missili balistici verso il territorio israeliano, prendendo di mira, tra gli altri obiettivi, la base aerea di Ramat David, situata a sud-est di Haifa.

Le sirene sono ululate in tutto il nord del Paese, fino a Tel Aviv, mentre i sistemi “Iron Dome” e le batterie antiaeree lavoravano senza sosta per intercettare le minacce. Nonostante la tensione, le autorità israeliane hanno parlato di danni limitati e nessuna vittima accertata in quella prima fase. La risposta di Israele, come ormai ci insegna la cronaca di questi cento giorni di guerra, non si è fatta attendere.

In un’operazione definita “su vasta scala” dalle stesse Forze di difesa israeliane (Idf), l’aviazione ha colpito nel cuore dell’Iran, prendendo di mira il complesso petrolchimico di Mahshahr, nel sud-ovest del Paese. Un sito strategico, sostengono gli analisti, perché ritenuto vitale non solo per l’economia, ma per il programma missilistico della Repubblica Islamica. Gli echi delle esplosioni sono stati uditi fin nella capitale Teheran, seminando panico tra la popolazione.

Trump, la Casa Bianca e il filo teso della diplomazia

Proprio nel momento di massima tensione, quando l’ipotesi di una guerra aperta sembrava ormai inevitabile, è arrivata la sterzata dalla Casa Bianca. Donald Trump, che solo poche ore prima aveva ventilato la chiusura di un accordo storico con Teheran per “lunedì, martedì o mercoledì”, ha dovuto cambiare registro bruscamente. L’inquilino della Casa Bianca, attraverso un post su Truth Social, ha lanciato un appello secco e senza mezzi termini: “Israele e Iran devono smettere immediatamente di sparare”.

Una dichiarazione che sa molto di frenata a mano tirata, soprattutto alla luce dei retroscena che filtrano dagli ambienti diplomatici. Secondo alcune fonti, il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe sostanzialmente ignorato le raccomandazioni iniziali di Trump, il quale lo aveva esortato a non reagire dopo i primi razzi iraniani, definendo lo scambio già avvenuto come un “divertimento” tra i due. “Ognuno ha fatto il suo gioco, ora basta”, avrebbe detto il presidente, salvo poi assistere in diretta al raid israeliano in territorio persiano.

Un episodio, questo, che rivela le crepe in una relazione complessa, dove gli interessi strategici di Israele continuano a viaggiare su un binario talvolta parallelo rispetto alle direttive di Washington.

Gli Houthi entrano in scena e il Mar Rosso si fa mina vagante

A complicare ulteriormente il quadro, già infuocato, ci pensano i ribelli Houthi dello Yemen. Fedeli all’asse con Teheran, i miliziani yemeniti hanno rivendicato un attacco missilistico contro “obiettivi sensibili” nella zona di Tel Aviv, dichiarando inoltre un blocco totale alla navigazione israeliana nel Mar Rosso. Un annuncio che rischia di riaprire una ferita profonda per i traffici marittimi globali, proprio mentre lo stretto di Hormuz resta chiuso a causa delle ostilità in corso.

La minaccia dei ribelli, che hanno dimostrato in passato di poter colpire navi mercantili e petroliere con droni e missili da crociera, aggiunge un ulteriore strato di complessità a una crisi che ormai tracima dai soliti confini tra Israele, Libano e Iran. L’asse della resistenza, insomma, muove i suoi pedoni su più scacchiere contemporaneamente, cercando di logorare Israele su tutti i fronti: nord, est e sud.

Le forze israeliane, da parte loro, non hanno confermato ufficialmente l’entità dei danni causati dall’attacco yemenita, limitandosi a comunicare l’attivazione dei sistemi di intercettazione.

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