Il silenzio (criptato) non basta: tre arresti per un arsenale nella Piana di Gioia Tauro
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Redazione Interno
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L’uso di comunicazioni criptate, una barriera tecnologica che gli investigatori sono ormai abituati a scalfire, non è bastato a celare i contorni di un traffico d’armi che avrebbe rifornito i clan del mandamento tirrenico. Nelle prime ore di oggi, il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, con il supporto dello Scico e della componente aerea del, ha dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare che ha portato tre soggetti in manette. Le accuse, formulate a vario Titolo dalla Direzione Distrettuale Antimafia, sono pesanti: si parla di detenzione e vendita illecita di armi da guerra, armi comuni e armi clandestine, con l’aggravante, per uno di loro, di aver agito per agevolare un’organizzazione mafiosa.
L’arsenale e il metodo: quando le foto sui cellulari diventano prove
Il filone investigativo, condotto dal Nucleo PEF/GICO delle Fiamme Gialle, ha preso forma grazie all’analisi di comunicazioni digitali che si credevano inviolabili. Nel corso delle intercettazioni, gli investigatori hanno osservato la condivisione di immagini relative a numerose armi, un vero e proprio catalogo virtuale di potenziale fuoco. La svolta, come spesso accade in operazioni che coniugano alta tecnologia e polvere da sparo, è arrivata dal confronto incrociato: quelle stesse immagini – che ritraevano pistole mitragliatrici e armi da guerra – hanno trovato una corrispondenza sostanziale con un arsenale sequestrato a Gioia Tauro nel gennaio del 2025 dai Carabinieri. Gli accertamenti tecnici del R.I.S. di Messina hanno poi dato il colpo di grazia alla presunzione di anonimato, rilevando sulle armi già sequestrate impronte digitali riconducibili agli odierni indagati. Un riscontro che ha trasformato i sospetti in certezze processuali, sigillate dall’ordinanza firmata dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria.
Il legame con i clan e il ruolo della Dda
L’inchiesta, coordinata dalla Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, ha messo in luce la destinazione d’uso di quell’arsenale. Per uno dei tre arrestati, finito in carcere insieme a un altro indagato mentre il terzo è stato sottoposto ai domiciliari, la contestazione si fa più stringente: gli inquirenti gli riconoscono un ruolo di contiguità con una cosca egemone nel territorio, nello specifico quella dei Molé, attiva nella Piana di Gioia Tauro. Non si tratta di un dettaglio secondario, perché la disponibilità di armi da guerra e clandestine, in quel contesto, si traduce in un incremento della forza intimidatoria del sodalizio. I finanzieri hanno quindi colpito non solo il singolo detentore, ma quella che viene definita una “catena di approvvigionamento” pensata per rafforzare militarmente l’organizzazione, interrompendo un flusso che avrebbe potuto alimentare la logica violenta su cui si regge la presenza dei clan sul territorio.
L’operazione e i dettagli giudiziari
L’esecuzione del provvedimento, avvenuta all’alba di sabato 28 marzo, ha visto l’impiego di pattuglie in assetto tattico supportate dall’alto per monitorare i movimenti nella Piana. Due dei destinatari della misura restrittiva sono stati tradotti in carcere, mentre per il terzo è stato disposto l’arresto domiciliare. Il quadro probatorio, sebbene allo stato attuale si tratti della fase delle indagini preliminari – e come tale suscettibile di successiva verifica dibattimentale – è stato ritenuto solido dal giudice per le indagini preliminari. Le accuse, che spaziano dalla ricettazione al traffico di armi da guerra, evidenziano un livello di pericolosità elevato, legato alla tipologia degli ordigni e dei fucili che sarebbero transitati nelle mani dei soggetti fermati. La conferenza stampa indetta per le ore 9:30 presso il Comando Provinciale di via Enotria servirà a illustrare i dettagli tecnici dell’indagine, ma già ora l’operazione rappresenta un duro colpo alla logistica militare della criminalità organizzata reggina.




