’Ndrangheta, le chat cifrate e l’arsenale di Gioia Tauro: così i finanzieri hanno incastrato gli armieri dei clan

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il provvedimento restrittivo, eseguito dal Comando provinciale della Guardia di finanza di Reggio Calabria con il supporto dello Scico e della componente aerea del, ha portato in carcere Vincenzo Condello, 35 anni, e Salvatore Infantino, 39, mentre per Vincenzo Saverino, 43, sono stati disposti gli arresti domiciliari. I tre, indagati a vario titolo per illecita detenzione e vendita di armi da guerra, armi comuni, armi clandestine e ricettazione, devono rispondere di reati aggravati, in taluni casi, dal metodo mafioso. Si tratta, per gli inquirenti, di un sistema ben oliato in cui le armi – quelle stesse che hanno fatto la storia dei conflitti balcanici – rappresentavano il vero e proprio “strumento per il perseguimento di finalità mafiose”, un modo per incrementare quella forza intimidatoria che, nei territori della Piana di Gioia Tauro, resta il presupposto imprescindibile per il controllo del territorio.

Un arsenale nei Balcani e la logistica in Calabria

L’inchiesta, condotta dal Nucleo di Polizia economica finanziaria e dal Gico delle Fiamme Gialle, ha preso forma dall’analisi meticolosa di chat cifrate riconducibili agli indagati. Un lavoro certosino che ha permesso di ricostruire i flussi logistici: le armi, di provenienza balcanica, erano state utilizzate nelle guerre dell’ex Jugoslavia e finivano poi nel cuore della Piana, pronte per essere riversate sul mercato illegale. Il colonnello Vincenzo Ciccarelli, comandante del Nucleo Pef, ha sottolineato come questo modus operandi suggerisca un sistema criminale integrato, in cui le organizzazioni locali interloquiscono direttamente con quelle dell’est Europa. Non si tratta quindi di un semplice traffico di componenti isolate, ma di una relazione strutturale che rifornisce le cosche di strumenti di guerra.

Il catalogo di morte nascosto nei telefoni

Dalle conversazioni intercettate emerge un quadro inquietante di normalizzazione dell’orrore. “A tua chapo come stai”, scriveva uno degli indagati. “Bene”, rispondeva l’interlocutore, prima di aggiungere: “Io o potato 30 cala se ti serve uno e tuo… vindimi u ferru e io ti do uno dei miei”. Un linguaggio spoglio, quasi commerciale, che trasforma kalashnikov e panetti di tritolo in merce da scambiare. I finanzieri hanno scoperto un vero e proprio “catalogo di morte” gestito via smartphone, dove i pezzi d’artiglieria venivano fotografati e proposti con la stessa disinvoltura con cui si pubblicizzerebbe un prodotto su una piattaforma di e-commerce. I selfie accanto ai kalashnikov, le foto dei caricatori e della polvere da sparo diventavano così elementi di prova decisivi, incastrando i tre indagati attraverso le loro stesse impronte digitali lasciate sulle chat.

La nuova santabarbara tra le cosche Molè e Piromalli

L’operazione ha smantellato quello che gli investigatori definiscono la nuova “Santabarbara” della cosca Molè di Gioia Tauro, un arsenale pronto a riarmarsi in vista delle dinamiche di potere locali. Il riarmo, in questo contesto, è una variabile costante: la disponibilità di armi da guerra non risponde a una logica meramente economica, ma rappresenta un fattore strategico nelle alleanze e, soprattutto, nei conflitti. Il potenziale riarmo dei Molè, storicamente contrapposti ai Piromalli, restituisce l’immagine di una ’ndrangheta che non smette di accumulare forza di fuoco, alimentando quel ciclo di violenza e ritorsioni che da decenni segna il territorio reggino. L’analisi delle comunicazioni criptate ha permesso ai finanzieri di anticipare i tempi, interrompendo un canale di approvvigionamento che avrebbe potuto alterare gli equilibri tra le consorterie.

Le tracce digitali e il metodo mafioso

L’elemento che ha fatto scattare le manette – con le due misure cautelari in carcere e quella ai domiciliari – è stato proprio l’incrocio tra le prove digitali e i riscontri tradizionali. Le impronte digitali degli indagati, lasciate sui dispositivi e sug stessi materiali illeciti, hanno fornito il riscontro fisico a quanto già emerso dalle chat. L’aggravante del metodo mafioso, contestata in taluni casi, trova fondamento proprio nella destinazione d’uso di quell’arsenale: non semplice detenzione abusiva, ma un’organizzazione strutturata al servizio dell’associazione criminale. I tre, a vario titolo, agivano consapevoli di fornire un servizio essenziale alla sopravvivenza e alla proiezione operativa del clan, garantendo quella “forza intimidatoria” che costituisce il principale strumento di affermazione sul territorio.

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