Caro energia e guerra in Medio Oriente, il Piemonte cerca di resistere mentre l’Umbria stanzia 36 milioni

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il ragionamento, per quanto condivisibile, parte da un presupposto che rischia di paralizzare l’azione: se la pressione sui prezzi è un fenomeno importato, per le casse comunali o regionali diventa quasi impossibile tamponare la voragine. Eppure, proprio mentre l’ex primo cittadino torinese sottolineava i limiti strutturali degli enti locali di fronte a uno tsunami geopolitico, qualcuno ha deciso di non limitarsi a descrivere la tempesta. In Umbria, per esempio, la macchina amministrativa si è messa in moto per varare un intervento che, nel concreto, prova a scalfire l’urgenza. La Giunta regionale ha infatti attivato un "Tavolo energia" con un compito ben preciso: monitorare le contromisure necessarie ad affrontare l’attuale crisi dei prezzi, quella mondiale. Una decisione, questa, che l’Esecutivo ha giustificato con la necessità di un intervento immediato, dettato dal perdurare delle tensioni e dall’oscillazione selvaggia del petrolio.

Le risorse, va detto, non sono simboliche. La Regione ha dato mandato di utilizzare circa 36 milioni di euro, fondi che afferiscono alla Priorità 2 del Programma Fesr 2021-2027 e che verranno indirizzati al sostegno diretto delle imprese e alla protezione del tessuto sociale. Non si tratta solo di un trasferimento di denaro: il "Tavolo energia", che si riunirà con cadenza almeno bisettimanale, coinvolgerà i vertici della Giunta, i direttori, i rappresentanti delle partecipate Gepafin e Sviluppumbria, e già nei primi giorni della prossima settimana verranno convocate le associazioni di categoria. L’obiettivo dichiarato è garantire una risposta tempestiva fino alla cessazione dell’emergenza, cercando di potenziare il servizio transizione energetica per gestire con maggiore celerità le pratiche.

Se nel centro Italia si prova a reagire con un pacchetto economico so, il Nord Ovest – e in particolare il Piemonte – offre il quadro, per certi versi più drammatico, di un sistema produttivo che inizia a cedere sotto il peso dei rincari. L’onda d’urto del conflitto in Medio Oriente, nonostante i timidi cessate il fuoco diplomatici, continua a propagarsi sui mercati energetici e si scarica violentemente sull’economia reale. I dati diffusi dalle principali associazioni imprenditoriali (da Confindustria a Confcommercio, passando per l’artigianato) sono impressionanti: per il terziario si prevedono aumenti delle bollette elettriche tra l’8,5% e il 13,9%, ma è il metano il vero salasso, con rincari stimati tra il 30% e il 43,5%. Per una singola attività commerciale, questo significa vedere la spesa energetica schizzare da una media di 7.800 euro a oltre 11.200.

Logistica al collasso e l’incognita dell’estate

A complicare ulteriormente lo scenario non è solo il costo dell’elettricità o del riscaldamento, ma il caro carburante che sta soffocando la logistica. Un dato, quest’ultimo, che in Italia assume un peso specifico devastante se si considera che circa l’88% delle merci viaggia su gomma. Le aziende di trasporto, quindi, si trovano in una morsa: non possono assorbire i rincari del gasolio e sono costrette a riversarli a valle, alimentando un’inflazione che già stringe le famiglie. E non è finita. Con l’avvicinarsi della stagione calda, il sistema produttivo teme il colpo di grazia legato alla climatizzazione: raffreddare stabilimenti e uffici durante l’estate richiederà uno sforzo economico che molti non potranno sostenere. Per questo, molte realtà stanno già rivedendo i piani di lavoro; si parla apertamente di un aumento dello smart working, non più visto come un benefit o un retaggio della pandemia, ma come una necessità strategica per alleggerire i consumi energetici delle sedi fisiche.

Un’indagine che non lascia scampo

A certificare la gravità della situazione ci ha pensato l’Unione Industriali di Torino, che ha condotto un’indagine su oltre 1.200 aziende manifatturiere e dei servizi. Le attese per il secondo trimestre sono da brividi: dopo dodici trimestri di relativa stabilità, oltre il 70% delle imprese prevede aumenti significativi dei costi di materie prime, logistica ed energia, percentuale che sale addirittura all’85% nel comparto energetico. Le conseguenze sono già visibili negli indicatori: la propensione agli investimenti scende, la redditività è in forte negativo (si parla di -13,5% per il manifatturiero) e l’export, in flessione da dodici trimestri consecutivi, continua a non dare segnali di ripresa. Per la prima volta dopo la pandemia, anche il terziario – che include commercio e turismo – mostra un rallentamento netto, con i saldi ottimisti/pessimisti in calo di oltre 15 punti percentuali per produzione e redditività.

La fotografia, insomma, restituisce l’idea di un Paese a due velocità nella risposta alla crisi. Da un lato, c’è chi come l’Umbria prova a mettere sul piatto milioni di euro per attutire l’urto sociale, dall’altro ci sono territori industriali come il Piemonte dove i numeri suggeriscono che il peggio deve ancora arrivare, nonostante la buona volontà di qualche amministratore locale.

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