La Svizzera stanzia 23 milioni per il Sudan, dove la guerra (invisibile) divora tutto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre i riflettori internazionali restano accesi su scenari di conflitto ritenuti più centrali per gli equilibri geopolitici, un’altra guerra – quella dimenticata in Sudan – continua a mietere vittime e a frantumare esistenze con una ferocia che ormai, a tre anni dallo scoppio delle ostilità, non ha più nulla di emergenziale. È in questo contesto, segnato da una carestia che non è più solo una minaccia ma una realtà quotidiana per milioni di persone, che la Svizzera ha deciso di stanziare 23 milioni di franchi aggiuntivi. Un intervento, quest’ultimo, che mira a sostenere direttamente la popolazione stremata, concentrandosi su quattro pilastri critici: la sicurezza alimentare – ormai compromessa dall’impossibilità di attraversare i campi di battaglia senza rischiare la vita –, i mezzi di sussistenza, la protezione dei civili e la promozione della pace. Nessuna di queste voci, va detto, rappresenta una novità negli sforzi elvetici: dall’inizio del conflitto, nel 2023, la Confederazione ha già destinato circa 213 milioni per aiutare non solo i sudanesi ma anche le popolazioni dei Paesi limitrofi, travolte dall’ondata di rifugiati. A queste risorse si aggiunge un credito d’urgenza di 50 milioni, approvato dal parlamento nel dicembre dello scorso anno, a dimostrazione di un impegno che non sembra volersi arrestare.

Attraversare il fuoco per un pugno di grano

Il nuovo rapporto pubblicato da un consorzio di organizzazioni – tra cui Action Against Hunger, CARE International, l’International Rescue Committee, Mercy Corps e il Norwegian Refugee Council – restituisce una fotografia spietata di ciò che significa procurarsi il cibo in un Paese dove le linee del fronte attraversano i mercati e i villaggi. Una donna, nel Darfur, ha raccontato agli operatori umanitari un rituale ormai divenuto norma: “Sei una madre, lasci i tuoi figli a casa, esci nel bel mezzo di una sparatoria, rischi la vita solo per portare loro qualcosa da mangiare”. Non si tratta, dunque, di semplice fame: è la fame che si trasforma in un atto di coraggio disperato, e la tortura psicologica di chi deve decidere, come hanno riferito più fonti sul campo, quale figlia provare a salvare e quale, invece, lasciare al proprio destino. Una scelta indicibile che, in assenza di un cessate il fuoco, è diventata parte della routine quotidiana a Khartoum e nelle regioni periferiche, dove decine di migliaia di persone sono già morte sotto le bombe o a causa della malnutrizione.

Tredici milioni di fuggiaschi e un sistema a pezzi

I numeri, se ancora possono servire a inquadrare la portata del disastro, parlano chiaro: tre anni di guerra hanno prodotto oltre tredici milioni di persone in fuga, sia all’interno dei confini sudanesi sia oltre, svuotando intere regioni e cancellando quei fragili sistemi di sopravvivenza che già prima del conflitto erano messi a dura prova. La crisi umanitaria, secondo l’UN Sudan Annual Results Report 2024 pubblicato il 4 giugno dello scorso anno, non ha più un aspetto “emergenziale” nel senso classico del termine; è diventata piuttosto una condizione strutturale, un nuovo stato di fatto che si sovrappone a una sistematica violazione dei diritti umani. Donne che vengono arrestate semplicemente perché difendono i propri diritti – come documentato da varie inchieste sul campo –, torture sistematiche e un accesso al cibo che passa attraverso il fuoco incrociato: questo è il Sudan del 2026, un Paese che l’ONU definisce ormai come sede della più grande crisi umanitaria globale in corso.

La “guerra sana e forte” che nessuno vede

C’è un’amara ironia, in questi tre anni di conflitto, nel fatto che la guerra in Sudan sia stata definita da alcuni osservatori “cresciuta sana e forte” proprio mentre il resto del mondo distoglieva lo sguardo. Una guerra, questa, che non fa notizia perché non ha un solo fronte, un solo esercito o un solo nemico facilmente identificabile; eppure, ruba spazio alle coscienze – come qualcuno ha scritto – solo quando il numero dei morti diventa troppo alto persino per l’indifferenza. I 23 milioni stanziati ora dalla Svizzera non rappresentano una soluzione, né potrebbero esserlo: servono a comprare tempo, a distribuire razioni, a tentare di proteggere chi è rimasto. Ma senza un serio negoziato e senza che la comunità internazionale smetta di considerare questo conflitto una “guerra invisibile”, quei soldi rischiano di essere solo un cerotto su una ferita che continua a sanguinare, giorno dopo giorno, sotto il sole implacabile di Khartoum.

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