La guerra in Sudan compie tre anni (e cresce sana e forte)
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Redazione Esteri
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Oggi, lo ammettiamo senza troppi giri di parole, rubiamo lo spazio di copertina alla guerra che da settimane tiene banco nelle nostre vite – quella in Ucraina, la crisi in Medio Oriente – per parlare di un conflitto che, nell’ombra più assoluta, travolge milioni di persone. Un conflitto, quello sudanese, dove a una madre tocca una decisione indicibile: scegliere quale figlia provare a salvare, e quale lasciar morire. È accaduto a Touma, venticinque anni, costretta in un ospedale di Khartoum a decidere a quale delle sue gemelle – Masajed e Manahil – acquistare i farmaci salvavita, perché non aveva i soldi per entrambe. Una delle due, Manahil, è ancora tra le sue braccia; l’altra, distesa su un lettino, non piange più. Questo è il volto, crudo e spoglio di ogni retorica, del terzo anniversario di una guerra che, probabilmente, è l’unica “minorenne” nel Paese a godere di ottima salute.
La fabbrica della fame e il rischio quotidiano per un pasto
Il quadro tracciato da un nuovo rapporto pubblicato da un consorzio di organizzazioni umanitarie – tra cui Action Against Hunger (ACF), CARE International e Norwegian Refugee Council (NRC) – rivela come il conflitto abbia trasformato l’atto del procurarsi il cibo in una traversata di campi di battaglia attivi. Non si tratta più solo di scarsità di raccolti, ma di un sistema alimentare ridotto a maceria: “Sei una madre, lasci i tuoi figli a casa, esci nel bel mezzo di una sparatoria, rischi la vita solo per portare loro qualcosa da mangiare”, ha raccontato una donna nel Darfur. Più della metà della popolazione, quasi 29 milioni di persone, vive ora in una condizione di insicurezza alimentare acuta, con intere famiglie ridotte a un solo pasto al giorno – o a mangiare foglie e mangimi animali. La fame, insomma, è diventata un’arma di guerra, utilizzata in modo sistematico contro i civili.
Tredici milioni di vite in fuga e una crisi diventata strutturale
Dal 15 aprile 2023, la data dello scoppio delle ostilità tra l’esercito regolare e le paramilitari Forze di supporto rapido, il Sudan ha prodotto oltre tredici milioni di persone in fuga, un esodo massiccio che ha svuotato intere regioni e spezzato quei fragili equilibri su cui si reggevano i sistemi di sopravvivenza. L’UN Sudan Annual Results Report 2024, pubblicato il 4 giugno 2025, certifica che il Paese non attraversa più una semplice “emergenza”: la crisi umanitaria è ormai strutturale, così come lo è quella dei diritti umani. I numeri parlano chiaro: si stimano circa 150mila vittime in questi mille giorni di violenza, con un sistema sanitario nazionale ridotto al collasso (si stima che tra il 70% e l’80% degli ospedali non sia più operativo). A peggiorare il quadro, la diffusione di epidemie di colera e il dilagare della violenza sessuale, usata – lo denunciano più rapporti – come strumento sistematico di terrore e “pulizia etnica”.
Nati in guerra: il peso di un conflitto che divora il futuro
Se in Italia si discute del bonus per i nuovi nati, in Sudan, dal 15 aprile 2023 a oggi, 5,6 milioni di bambini sono venuti al mondo ricevendo in dote una guerra. Tre anni dopo, la guerra è l’unica cosa che questi bambini hanno conosciuto. Le loro madri – come Touma – arrivano negli ospedali dopo aver camminato per centinaia di chilometri, portando in braccio corpi segnati dalla malnutrizione acuta. I dati dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati descrivono una catastrofe silenziosa: milioni di minori sotto i cinque anni sono a rischio di morte imminente a causa della fame, mentre la comunità internazionale, distratta altrove, pare aver dimenticato che esiste una guerra, invisibile e tremenda, che divora il futuro di un’intera generazione.




