The ugly stepsister, la favola oscura che smaschera la nostra ossessione per la bellezza

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Dalla Scandinavia, culla di narrazioni spesso intrise di un pessimismo profondo e di un'estetica glaciale, giunge un'opera che fa della fiaba più celebrata un incubo body horror, una critica feroce e divertita alle tirannie dell'estetica contemporanea. "The Ugly Stepsister", il film della regista norvegese Emilie Blichfeldt in arrivo nelle sale italiane, non è una semplice rivisitazione della storia di Cenerentola ma un suo ribaltamento grottesco e cinico, che attinge a piene mani dalla crudeltà originaria dei Fratelli Grimm per forgiare un'immagine disturbante e barocca della nostra ossessione per l'apparenza. Ambientandolo in una Svezia di fantasia tra Sette e Ottocento, la regista costruisce un microcosmo claustrofobico dove i valori della fiaba tradizionale vengono sistematicamente corrotti e trasformati in strumenti di tortura, sia fisica che psicologica.

Il ribaltamento della prospettiva

La vicenda, che abbandona i panni della protagonista eterea per calarsi in quelli della "cattiva", vede Elvira, la figlia primogenita, giungere in una dimora nobiliare in decadenza insieme alla madre e alla sorella minore. È qui che Agnes, la Cenerentola della storia, vive già pronta per essere offerta come merce pregiata in un mercato matrimoniale spietato. La Blichfeldt, con un'operazione tanto semplice quanto efficace, sposta il punto di vista sulla figura tradizionalmente antagonista, trasformando Elvira in una creatura insieme vittima e carnefice di un sistema che la vuole brutta e quindi indesiderabile, costringendola a subire e, al contempo, a perpetrare quella stessa tirannia estetica che la opprime.

Un orrore barocco e provocatorio

Ciò che colpisce del lungometraggio, presentato con notevole successo in prestigiosi festival internazionali, è la sua audacia visiva, che mescola elementi cronenbergiani con l'estetica sfarzosa di certe produzioni in costume. La regista dipinge un universo in cui la bellezza non è un dono ma un'arma contundente e gli abiti, invece di abbellire, feriscono e imprigionano i corpi. I balli di corte, momenti topici della fiaba originale, si tramutano in danze macabre e sanguinose, mentre la figura del principe perde ogni connotato romantico per rivelarsi nella sua essenza brutale. L'orrore, in questo contesto, non è mai esplicito o gratuito ma si insinua nelle pieghe della narrazione, diventando metafora di un disagio esistenziale e sociale.

Un debutto folgorante nel panorama europeo

Emilie Blichfeldt, con questo suo folgorante esordio, si impone all'attenzione del cinema d'autore europeo per la coerenza della sua visione e per la capacità di unire generi apparentemente distanti. La sua opera non si limita a destrutturare una fiaba ma la porta al collasso nervoso, interrogandosi su cosa accadrebbe se le convenzioni sociali che essa celebra fossero spinte alle estreme conseguenze. Il risultato è un film provocatorio che, evitando facili moralismi, costringe a una riflessione sull'identità, sull'accettazione di sé e sui mostri che una società ossessionata dal canone di bellezza è in grado di generare.

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