Botulino, allarme in Calabria: i segnali da non sottovalutare e le zone più a rischio
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Redazione Interno
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Il recente focolaio di botulino in Calabria, con sette casi accertati dall’Istituto Superiore di Sanità e un decesso sospetto, ha riportato l’attenzione su un pericolo spesso sottovalutato: quello delle tossine prodotte dal Clostridium botulinum, batterio che prolifera soprattutto in alimenti mal conservati. «Il botulismo è una malattia neuro-paralitica grave, causata da tossine che agiscono bloccando la trasmissione neuromuscolare», spiega Tijana Lalic, medico del Sian di Parma, sottolineando come le spore di questi batteri siano ubiquitari, presenti nel suolo, nei sedimenti e persino nel pulviscolo atmosferico.
A preoccupare, oltre alla rapidità con cui i sintomi possono aggravarsi – disturbi visivi, difficoltà a deglutire, paralisi muscolare progressiva – è il fatto che il rischio non riguardi solo conserve domestiche, spesso incriminate, ma anche prodotti industriali. «La contaminazione può avvenire in qualsiasi fase della filiera», avverte Fabrizio Anniballi, responsabile del Centro nazionale di riferimento per il botulismo, evidenziando come l’Italia, soprattutto al Centro-Sud, sia tra i Paesi europei con il più alto tasso di incidenza. Campania, Puglia, Sicilia e Lazio, in particolare, sono le regioni dove si concentrano la maggior parte dei casi.
La tragedia di Luigi Di Sarno, morto a 52 anni dopo aver consumato un panino acquistato da un ambulante a Diamante, ha acceso un dibattito sulle procedure di controllo. Un amico della vittima ha raccontato che, inizialmente, i medici avrebbero attribuito i suoi sintomi all’ebbrezza, ritardando la diagnosi. Sebbene le indagini siano ancora in corso, il legame con il botulino appare sempre più probabile.




