Brian Wilson, l'architetto del sogno californiano che non smetteva di avere paura
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’11 giugno 2025, mentre il sole tramontava su Los Angeles, si è spento Brian Wilson, l’uomo che aveva trasformato in musica il sogno di un’intera generazione. Aveva 82 anni, una vita segnata dal genio e dalla fragilità, e una carriera che aveva ridisegnato i confini della pop music. I Beach Boys, il gruppo da lui fondato negli anni Sessanta, erano diventati il simbolo di un’America spensierata, fatta di spiagge, surf e armonie vocali perfette. Ma Wilson, che di quel mito era stato l’artefice, aveva sempre guardato oltre, spingendosi dove nessuno era arrivato prima.
Pet Sounds, il disco del 1966 oggi considerato una pietra miliare, fu il suo capolavoro: un album rivoluzionario, costruito con arrangiamenti complessi e melodie che sembravano venire da un altro mondo. "God Only Knows", brano iconico scritto con Tony Asher, è forse l’esempio più limpido del suo talento, capace di unire semplicità e profondità in tre minuti e ventuno secondi. Eppure, come racconta nel memoir I Am Brian Wilson (2016), ancora inedito in Italia, quella stessa creatività era per lui fonte di angoscia. "Mi chiedevo da dove arrivassero quelle idee", confessava, "e avevo paura che un giorno potessero scomparire".
Quel timore, in parte, si era avverato. Gli anni Settanta e Ottanta lo videro lottare contro problemi mentali e dipendenze, mentre la sua musica diventava sempre più introspettiva. Bill Pohlad, nel biopic Love & Mercy (2014), aveva raccontato senza retorica il suo dramma, alternando il giovane Wilson (Paul Dano) all’uomo maturo (John Cusack), diviso tra genialità e instabilità. Le sue ultime apparizioni pubbliche, come il concerto del 2016 per i 50 anni di Pet Sounds, mostravano un artista ormai fragile, ma ancora capace di commuovere.




