Morto Carlo Monguzzi, il «verde» che non smetteva mai di lottare
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Carlo Monguzzi, che per anni era stato il volto più riconoscibile dell’ambientalismo militante dentro le istituzioni milanesi, si è spento a 74 anni al termine di una breve malattia. La notizia, diffusa nelle ultime ore, ha riempito il vuoto lasciato da una figura politica fuori dagli schemi: lui, che era stato tra i fondatori storici dei Verdi a Milano, che aveva ricoperto il ruolo di assessore regionale e che in seguito era approdato al Partito Democratico per poi tornare alle sue radici ecologiste con Europa Verde, non ha mai conosciuto la tentazione del silenzio. Neppure quando le sue critiche si abbattevano sulla stessa maggioranza di centrosinistra che lui stesso aveva contribuito a far eleggere.
L’ultimo periodo della sua vita, in effetti, è stato segnato da una sorta di libertà totale: quella di chi non ha più nulla da chiedere al proprio schieramento e tutto da dire ai propri elettori. Monguzzi, che aveva un passato da insegnante di matematica e una laurea in Ingegneria chimica, non era certo un politico di razza nel senso tradizionale del termine – non amava le mediazioni, detestava le ambiguità, e ogni provvedimento che gli sembrava «sbagliato» diventava immediatamente oggetto di una denuncia pubblica. E in questi mesi, nonostante la malattia che lo aveva portato più volte in ospedale e infine all’Hospice dell’Istituto dei Tumori, non si era mai risparmiato: poche settimane fa era ancora in piazza, tra la folla che sfilava per chiedere giustizia per il popolo di Gaza, con la stessa determinazione di quando combatteva contro la cementificazione o difendeva i diritti negati.
«Spina nel fianco» del centrosinistra
Il sindaco Giuseppe Sala, che con Monguzzi ha condiviso a lungo il governo della città pur stando su posizioni spesso distanti, lo ha definito «un lottatore». E la parola, in questo caso, non è retorica: perché lui – l’eterno combattente di battaglie che a molti sembravano già perse in partenza – non ha mai smesso di incalzare l’amministrazione su ogni tema caldo, dall’urbanistica alla mobilità sostenibile, passando per la gestione dei rifiuti e il consumo di suolo. Sala ha voluto sottolineare che «spesso non la vedevamo allo stesso modo», ma che «il nostro affetto reciproco non è mai venuto a mancare». Una dichiarazione che pesa, perché arriva da chi ha dovuto subire per anni le sue critiche più feroci, quelle che Monguzzi non ha mai risparmiato neppure alla maggioranza che pure aveva sostenuto alle amministrative.
L’eredità di un ambientalista senza compromessi
Nato a Milano nel settembre del 1951, Monguzzi aveva costruito la sua credibilità fuori dai salotti buoni della politica. L’insegnamento della matematica, prima, gli aveva dato la pazienza del ragionamento; l’ingegneria chimica, poi, gli aveva fornito gli strumenti per contestare con dati e fatti. E quando è entrato nel consiglio comunale di Milano, prima con i Verdi e poi con il Pd, ha sempre tenuto insieme queste due anime: la rigore del tecnico e la passione del militante. A ricordarlo, in queste ore, sono soprattutto i suoi avversari politici – quelli che lui stesso definiva «i soliti noti» quando presentavano provvedimenti troppo morbidi sul piano ambientale – perché anche loro sanno che non si trattava di un nemico qualunque. Era uno che le sue battaglie le combatteva «vere e sincere, senza indugi», come hanno scritto in molti.
Fino all’ultimo in piazza, senza chiedere permesso
Negli ultimi giorni, prima del ricovero definitivo, qualcuno lo aveva incrociato ancora per le strade di Milano. Era magro, provato, ma la voce era la stessa di sempre. Non ha fatto in tempo a vedere alcune delle vittorie per cui si batteva – la riduzione dell’inquinamento, una legge regionale più severa sul consumo di suolo, un piano clima davvero vincolante – ma poco importa. Perché lui, come ha dimostrato anche nelle settimane precedenti alla morte, ha continuato a sfilare, a parlare, a scrivere. Anche quando la malattia era ormai dichiarata. Anche quando molti, nel suo stesso schieramento, lo invitavano a «moderare i toni». Monguzzi, invece, non ha moderato nulla. E forse è per questo che oggi, più di tanti altri, mancherà a una città che – come ha detto Sala – non la vedeva sempre allo stesso modo, ma non ha mai smesso di ascoltarlo.




