Morto Carlo Monguzzi, l’alfiere dell’ambientalismo che non chiamava mai “sindaco” Sala

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Carlo Monguzzi se n’è andato a 74 anni, e con lui Milano perde una delle sue coscienze più scomode e meno arrendevoli. Consigliere comunale in carica dal 2011 – ma in politica fin dagli anni Novanta, quando muoveva i primi passi nelle liste ambientaliste e radicali – l’esponente di Europa Verde è stato descritto dal primo cittadino Beppe Sala con un ricordo che vale più di qualsiasi necrologio ufficiale: «Anche l’ultima volta che è venuto nel mio ufficio, nei mesi scorsi, avevamo discusso animatamente e ci eravamo lasciati con un abbraccio. Un abbraccio che ricordo molto bene». Quella tensione, mai risolta in rottura, racconta meglio di ogni altra cosa lo stile di un uomo che, pur sedendo talvolta tra i banchi della maggioranza (c’è stato anche un periodo nel Pd a palazzo Marino), continuava a comportarsi da spina laterale, da voce di richiamo, da dissidente educato ma irremovibile.

«Liti e abbracci» con Sala, e quell’unico “Beppe” in aula

La nota diffusa dal sindaco dopo la morte di Monguzzi – avvenuta lunedì 13 aprile, dopo una malattia rapidissima che negli ultimi mesi lo aveva costretto a ricoveri ripetuti all’Istituto dei Tumori – non usa mezzi termini. «Se ne è andato un lottatore», scrive Sala, che aggiunge un dettaglio privato e insieme politicamente rivelatore: «Avevo celebrato il suo matrimonio. Ed era l’unico che in aula consiliare si rivolgeva a me non con “sindaco”, ma con “Beppe”». Quella confidenza, concessa senza mai trasformarsi in sudditanza, è la cifra di un rapporto fatto di scontri diretti e rispetto reciproco. Monguzzi non era il politico della mediazione a ogni costo, né quello disposto a smussare gli angoli per restare allineato: preferiva la coerenza all’opportunità, anche a costo di restare isolato.

Dall’assessorato regionale alla battaglia contro le discariche

Fu da assessore regionale, negli anni in cui la Lombardia era già la locomotiva d’Italia ma anche la sua fabbrica più inquinata, che Monguzzi introdusse la raccolta differenziata: un passaggio che allora sembrò eretico a molti amministratori, abituati a pensare ai rifiuti come a un problema da sotterrare, non da ridurre. E proprio sulle discariche costruì una delle sue battaglie più dure. A dare notizia della scomparsa è stata infatti Legambiente Buscate – comune di cui Monguzzi era cittadino onorario – ricordando che «ha avuto il coraggio di fermare un progetto sbagliato quale la discarica nel nostro comune, facendo la storia della gestione rifiuti in Lombardia e in Italia partendo proprio dalla battaglia del presidio presso la Cava Sant’Antonio». Quella mobilitazione non fu una semplice protesta: bloccò un impianto già in fase avanzata di progettazione e costrinse la regione a riscrivere le proprie priorità.

Più che un esponente dei Verdi, “era” i Verdi

Chi lo ha incrociato nei decenni lo descrive come un alfiere dell’ambientalismo prima ancora che un politico di professione. «Più che un esponente dei Verdi, “era” i Verdi», si legge in molti dei messaggi che circolano dalle prime ore del mattino. Un movimento che ha impersonato e rappresentato in ogni sede – da sinistra, poi nelle liste ambientaliste-radicali, infine nei Verdi – conducendo battaglie appassionate senza mai cedere alla retorica del “fine che giustifica i mezzi”. La sua presenza costante e spigolosa nella vita pubblica milanese è stata per anni un argine silenzioso alla deriva accomodante del centrosinistra locale: non un oppositore sistematico, ma un compagno che ricordava all’alleato le promesse disattese. Anche malato, negli ultimi mesi, è riuscito a varcare la soglia dell’ufficio di Sala per discutere ancora una volta, animatamente, e andarsene con un abbraccio. Quello che i milanesi, forse senza saperlo, devono a Monguzzi non è una legge o una giunta: è l’idea che si possa dissentire senza tradire, e amare senza essere compiacenti.

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