Addio a Carlo Monguzzi, l’ambientalista che non si è mai arreso alla Milano del mattone
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Redazione Interno
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C’era una gentilezza disarmante, in lui, che mal si conciliava con la durezza delle battaglie che ha combattuto. Difficile – anzi, impossibile – trovare un ricordo di Carlo Monguzzi, il consigliere comunale scomparso a 75 anni stroncato da una breve malattia, che non s’incardini su questi due pilastri del suo carattere, all’apparenza così poco conciliabili. Quello spirito indomito, che lo portava a scavare con una pala per “liberare” le radici degli alberi imprigionate nel calcestre, conviveva con una mitezza mai affettata, con la cortesia di chi, a Palazzo Marino, accendeva il microfono ed esordiva quasi scusandosi per il disturbo, prima di denunciare l’ennesima speculazione.
Perché Monguzzi, come lo ricorda con precisione il deputato Angelo Bonelli, è stato – e resterà – un “pezzo di storia dell’ambientalismo italiano”, che ha dedicato la sua esistenza a rendere la sua Milano un posto migliore, senza mai scendere a patti con gli interessi particolari. Ingegnere chimico di formazione, insegnante di matematica per professione, è stato tra i fondatori di Legambiente e poi protagonista in Regione, dove portò a casa risultati concreti come la prima legge sulla raccolta differenziata e il primo Piano Aria contro lo smog. Risultati che, paradossalmente, rendono ancora più pesante l’eredità che lascia a una città che sembra aver smarrito quella stessa rotta.
Contro il partito del mattone
Il “partito del mattone”, quello trasversale che in una Milano sempre più a misura di ricchi ha fatto della rendita edilizia la propria religione, ha perso il suo censore più scomodo. Si potrebbe dire che ha perso un nemico, ma sarebbe riduttivo: Monguzzi era molto più di un avversario, era la coscienza critica che sventolava la bandiera della Palestina in Galleria o in Consiglio, e che si opponeva con ogni fibra alla svendita del patrimonio pubblico. Lo si è visto quando ha denunciato il rischio di regalare lo stadio Meazza ai fondi d’investimento, lo si è toccato con mano quando ha puntato il dito contro i grattacieli sorti – o che dovevano sortire – dal nulla, come quelli al Parco delle Cave, definiti “scempi” destinati a restare lì per decenni a deturpare il territorio.
Era isolatissimo, a Palazzo Marino, spesso l’unico a votare contro, o quello che usciva simbolicamente dalla maggioranza – come accadde nel 2025 per la vendita di San Siro – per coerenza. Era una “minoranza della minoranza”, eppure, quando accadeva un fatto grave o si consumava una ingiustizia urbanistica, era lì, sempre in prima fila. A riconoscerglielo, con un affetto sincero che attraversava le barricate, è stato persino il sindaco Beppe Sala, che lo ricordava come l’unico ad apostrofarlo con un confidenziale “Beppe” in aula, capace di duri scontri pubblici e solidi abbracci privati.
La coerenza come stile di vita
Quel che colpiva, sfogliando le agenzie di stampa in queste ore, era la trasversalità del cordoglio: da Matteo Salvini, che ne ha riconosciuto la statura di “galantuomo”, ad Attilio Fontana, che lo ha ricordato come un avversario leale, fino a Mariastella Gelmini, che ha voluto sottolineare come fosse, innanzitutto, un amico competente e perbene. Un tributo bipartisan che non nasce dal caso, ma dalla consapevolezza che chi amava la cosa pubblica come lo faceva lui – con un tasso di presenze in Consiglio vicino al cento per cento – merita rispetto al di là delle etichette.
Non era un uomo da compromessi al ribasso, né da calcoli di bottega. Quando si prendeva un impegno, amava dire, lo si onora fino in fondo. E lui lo ha fatto, fino all’ultimo giorno utile, lottando contro un male che non gli ha dato scampo, allo stesso modo in cui aveva lottato per decenni contro la cementificazione e l’indifferenza. La moglie, Silvia Ceruti, lo ha salutato con un post su Facebook dal dolore disarmante e dalla sintesi perfetta: “Amore mio, ora sei libero”.




