David Riondino, il giullare colto che non smetteva mai di cercare un nuovo linguaggio

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Se c’è un verbo che più di altri potrebbe riassumere la parabola artistica di David Riondino, scomparso il 29 marzo a Roma all’età di 73 anni, è quello della ricerca. Una ricerca, quella che lui stesso definiva «di un nuovo linguaggio», che non lo ha mai portato a cristallizzarsi in una sola disciplina, spingendolo invece a contaminare la musica con la poesia, la televisione con il teatro, la satira con la regia. E in questo peregrinare creativo, Riondino – che di mestieri ne aveva molti: cantautore, attore, scrittore, regista, drammaturgo – aveva incrociato più volte anche il mondo del fumetto. Un mondo che amava profondamente, come dimostrano i suoi rapporti con autori del calibro di Andrea Pazienza e Milo Manara, eppure un mondo dal quale si era tenuto strategicamente a distanza: di fumetti, quelli veri e propri, non ne aveva mai realizzati, preferendo mantenere quello sguardo laterale, da intellettuale curioso, che gli permetteva di osservare il medium senza mai addomesticarlo del tutto.

La poliedricità come cifra stilistica e identitaria

Poliedrico è un aggettivo che descrive qualcosa con molte facce, e nel caso di Riondino non esiste forse definizione più calzante. Nato a Firenze nel 1952, la sua carriera, dispiegatasi nell’arco di oltre trent’anni, è stata un costante esercizio di ibridazione. Cantautore affermato, capace di mischiare il verso colto con la canzone d’autore, è stato anche attore di cinema e teatro, regista televisivo e scrittore capace di affondi satirici di rara precisione. A legare insieme le diverse anime, quella vocazione al «giullare», termine con cui amava autodefinirsi, restituendo l’idea di un artista libero, raffinato ma mai distaccato dalla realtà popolare. In pochi, nel panorama culturale italiano degli ultimi cinquant’anni, hanno saputo tenere insieme l’alto e il basso con la stessa naturalezza, usando la comicità come strumento di analisi sociale piuttosto che come fine a sé stessa.

Il lungo dialogo con la malattia e la fedeltà al Premio Tenco

Nonostante la malattia, che lo aveva colpito da tempo e con la quale conviveva senza mai interrompere il suo impegno creativo, Riondino aveva continuato a lavorare fino agli ultimi giorni. Ne è prova la sua costante partecipazione al Premio Tenco, manifestazione di cui era ospite affezionato sin dalla prima edizione e alla quale aveva continuato a dedicare attenzione anche nelle fasi più difficili della sua vita privata. La decisione di rimanere attivo, di non arrendersi all’inerzia che spesso accompagna il declino fisico, racconta molto della sua concezione dell’arte come pratica quotidiana, come dovere civile oltre che personale. La sua casa romana, quella in cui si è spento circondato dai libri, era il riflesso di questa filosofia: un luogo di lavoro più che di riposo, un atelier intellettuale dove le idee continuavano a prendere forma.

Un rapporto di amicizia e arte con Sabina Guzzanti

Nel percorso di Riondino, la dimensione relazionale ha sempre avuto un peso specifico notevole, e tra i legami più profondi va senz’altro annoverato quello con Sabina Guzzanti. Un rapporto che andava oltre la semplice collaborazione professionale, radicandosi in una complicità intellettuale che li aveva resi, agli occhi del pubblico, una coppia artistica di rara sintonia. Guzzanti stessa, nell’annunciare la scomparsa, lo ha definito «un genio creativo che ha fatto la cultura italiana», parole che restituiscono l’importanza di un’eredità non circoscrivibile a un singolo settore. Insieme, avevano saputo dare vita a progetti nei quali la satira diventava strumento di analisi spietata, senza mai perdere quella patina di poesia che caratterizzava anche i lavori solitari di Riondino. Un’intesa che, negli anni, si era nutrita di stima reciproca e di una visione comune del ruolo dell’artista: non un intrattenitore, ma un interprete critico del proprio tempo.

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