David Riondino, l’ultimo sberleffo di un giullare che non si è mai preso sul serio
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Se n’è andato con un palmo di naso, come del resto aveva sempre fatto in vita: lasciando agli altri il compito di rincorrere il senso di un gesto, di una rima, di una trovata che sembrava uscire dal nulla – quel nulla, però, che solo il talento sa trasformare in materia viva. David Riondino ci ha regalato l’ultimo sberleffo, e ora tocca a noi, a chi l’ha visto all’opera su palchi grandi e piccoli, ricordarlo senza retorica. Lo ha fatto, pochi giorni fa, il suo amico e complice Paolo Rossi, che prima di salire sul palco del teatro Menotti ha voluto restituire il senso di un’assenza: se n’è andata, ha detto, la persona con cui aveva iniziato a recitare proprio lì, in quello stesso teatro. Un passaggio di consegne silenzioso, una parentesi che sapeva di inizio e di fine insieme.
La poesia in ferriera e gli anni delle “commedie da due lire”
Correva l’anno 1991 quando al teatro Ponchielli andava in scena “La commedia da due lire”, spettacolo di e con Paolo Rossi, che vedeva accanto a sé Riondino e Lucia Vasini, su musiche e canzoni di Enzo Jannacci e – particolare tutt’altro che secondario – dello stesso Riondino. Era già evidente, allora, quella capacità di muoversi tra registri diversi senza mai forzare la mano: cantautore, attore, poeta, giullare, ma sempre con una cifra riconoscibile, fatta di eleganza e di una leggerezza che non significava superficialità. I palcoscenici cremonesi e cremaschi lo avevano accolto più volte: a Soresina nel 1999 con “Rombi & Milonghe”, al Galieli di Romanengo nel 2001 accanto a Sandro Lombardi in una lettura dell’Inferno dantesca che molti ricordano come atipica e folgorante, a Casalbuttano con Dario Vergassola ne “I cavalieri del tornio” nel 2002, e ancora nel 2012 a Cremona per le Corde dell’Anima in piazza del Comune. Una geografia minore, quella dei teatri di provincia, che lui non ha mai disdegnato: anzi, li ha abitati con la stessa cura riservata alle grandi platee.
Il Ponzio Pilato di Terranuova e il legame con il Valdarno
C’è un’altra processione, però, che restituisce forse meglio di altre il suo modo di stare al mondo. Non quella teatrale, ma quella vera: l’ultima in cui ha vestito i panni di Ponzio Pilato. Poco più di un anno fa, a Terranuova, in Valdarno, Riondino aveva scelto di immergersi nella Processione del Gesù Morto, tradizione che si rinnova ogni Venerdì Santo sotto la regia dell’associazione Dritto e Rovescio. Non si trattava di un semplice atto di presenza: era il segno di un rapporto profondo, costruito nel tempo, con quella terra e con le sue radici popolari. Un legame fatto di partecipazione autentica, di cultura condivisa, di amicizie vere. Chi lo aveva conosciuto lì, negli anni, parla di un vuoto speciale – non retorico, perché lui la retorica l’aveva sempre combattuta – in quell’angolo di Toscana che lo aveva adottato e che lui, a sua volta, aveva scelto.
Il saluto di Bergonzoni: “Continua a giullare”
Tra i messaggi che ne hanno accompagnato la scomparsa, spicca per intensità e coerenza quello di Alessandro Bergonzoni. Poche righe, dense come versi: “Avrem cura di te, che hai avuto cura di non farci sprofondar nell’idiozia imperante, ma di viverti bene, con altra musica, versi e parola cocente. Baciamo te e la rima cantata, mai purchessia. Tra tanti buoni, ma a nulla, a te buono in tutto, direm ancora e ancora grazia, e buone vite. Continua a giullare e pungerci, dolcemente. Intanto ridiamoci!”. Un addio che è anche un riconoscimento: quello di un collega che non ha mai scambiato la leggerezza per leggernezza, e che sapeva bene quanto quel giullare – come lo chiama – avesse messo la propria arte al servizio di una forma di resistenza culturale, se così si può dire, contro la banalizzazione del pensiero. La rima cantata, la parola cocente, la capacità di pungere senza ferire: qualità che in pochi, come lui, hanno saputo tenere insieme.




