L’ultimo applauso per David Riondino, nella Chiesa degli Artisti la folla lo saluta sulle note di “Maracaibo”
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La lunga teoria di persone che ha riempito piazza del Popolo, ieri mattina, non era lì per un evento mondano né per assistere a una rappresentazione, sebbene la messa celebrata per David Riondino – attore, cantautore, anima irrequieta del teatro e della musica italiana – abbia finito per assomigliare, nella sua intensità, a una performance collettiva, dove il pubblico, quello vero, quello della vita, ha deciso di restituire all’artista fiorentino scomparso a 73 anni quel calore che lui stesso aveva saputo regalare per decenni. La salma è giunta poco prima delle undici nella Chiesa degli Artisti, cuore pulsante della devozione capitolina per il mondo dello spettacolo, ed è stata subito accolta da un applauso lungo e fragoroso, un boato che ha rotto il silenzio rituale del rito funebre per trasformarlo in qualcosa di più intimo e, al tempo stesso, più corale. Erano presenti i familiari, stretti nel dolore della perdita improvvisa avvenuta sabato 28 marzo nell’appartamento romano dell’artista, accanto a loro amici di vecchia data, volti noti dello spettacolo e tanta gente comune, quella che forse non lo aveva mai incontrato di persona ma che nelle sue canzoni o nelle sue interpretazioni aveva riconosciuto un pezzo della propria memoria affettiva.
Una cerimonia tra ironia e commozione, con la chitarra a fare da contrappunto alla liturgia
Non c’è stato, nell’aria della navata centrale, solo il peso del lutto. Perché David Riondino, lo sanno bene coloro che ne hanno condiviso la strada artistica, ha sempre costruito il suo rapporto con il mondo attraverso un filtro sottile fatto di ironia e intelligenza narrativa, e così il suo funerale – celebrato nella chiesa di piazza del Popolo – si è concesso qualche attimo di sorriso, un’alternanza di toni che ha reso l’omaggio ancora più autentico. Dopo l’ingresso della bara, accolta da quel lunghissimo applauso che sembrava non voler cessare, c’è stato spazio per una breve esibizione dal vivo: chitarra e percussioni hanno accompagnato le note di “Maracaibo”, quella canzone popolarissima scritta da Riondino nel lontano 1981, diventata con il passare degli anni un vero e proprio manifesto musicale capace di attraversare generazioni diverse. La scelta di intonare proprio quel brano davanti all’altare, prima dell’inizio della messa vera e propria, ha restituito l’immagine di un commiato che non ha voluto rinunciare alla leggerezza, quasi a voler rispettare fino all’ultimo quella poetica dell’assurdo e del quotidiano che ne aveva segnato la carriera.
Paolo Hendel e il ricordo privato: “Con chi cazzeggio adesso?”
Tra gli amici che hanno voluto stringersi attorno alla salma, occupando i banchi in quella mattinata romana di fine marzo, c’era anche Paolo Hendel, compagno di tante avventure artistiche e umane. Il suo ricordo, filtrato da dichiarazioni raccolte nell’imminenza della cerimonia, ha avuto il merito di restituire con crudezza affettuosa il carattere genuino del loro legame. Hendel ha parlato di un rapporto fatto di progetti a volte persino “strampalati”, di sogni condivisi e di ragionamenti talmente complessi da risultare a tratti incomprensibili; ma è stato l’accenno finale, quello più privato e disarmante, a condensare il senso di un vuoto incolmabile per chi lo frequentava quotidianamente. Domandarsi “con chi cazzeggio adesso”, in quel contesto, non era volgarità ma il tentativo di definire con onestà il perimetro di un’assenza che non è solo professionale ma profondamente relazionale, la constatazione che con Riondino se n’è andato anche un modo unico di stare al mondo, fatto di ironia tagliente e di una curiosità intellettuale mai sopita. Il parroco, dal canto suo, lo ha definito un “grande sognatore di bene”, una definizione che nella sua semplicità ha cercato di raccogliere il lascito più intangibile di un artista che ha sempre saputo mescolare impegno e divertimento, profondità e gioco.
L’abbraccio della folla e il valore pubblico di un addio sentito
La presenza di tanta gente comune, accanto a familiari e amici storici, ha conferito alla cerimonia nella Chiesa degli Artisti una dimensione che va oltre la cronaca mondana. Riondino, morto nella sua casa romana a 73 anni, lascia un vuoto che si misura nell’affetto di chi lo ha seguito sui palchi e sugli schermi, certo, ma anche di chi semplicemente ne riconosceva la cifra stilistica: quel modo di raccontare l’Italia con ironia surreale, quella capacità di passare con disinvoltura dalla canzone d’autore alla prosa teatrale, dal cinema alla poesia. L’applauso che ha salutato l’arrivo della bara non è stato solo un gesto di circostanza, ma una sorta di passaggio di testimone simbolico, una restituzione di quel calore che il pubblico, in anni di carriera, aveva imparato a scambiare con lui. E se la chiesa si è riempita fino all’ultimo banco, se le note di “Maracaibo” hanno risuonato così forti da sovrastare per un attimo il rito, è stato proprio perché l’addio a Riondino è stato vissuto non come un evento per pochi intimi ma come una piccola pagina di storia culturale collettiva, un capitolo che si chiude con la consapevolezza che ciò che resta – le canzoni, le interpretazioni, quella “Maracaibo” diventata ormai patrimonio comune – è ancora capace di unire le persone, anche nel momento del distacco.




