Addio a David Riondino, l’artista che da “Maracaibo” sognava una scuola per giullari
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Redazione Interno
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La notizia della scomparsa, avvenuta questa mattina nella sua casa romana, ha suscitato un profondo cordoglio a Città di Castello, una delle culle artistiche che lo avevano adottato. David Riondino, morto all’età di 73 anni dopo aver lottato contro una grave malattia, non era soltanto il cantautore di successo o l’attore brillante; era, piuttosto, un intellettuale poliedrico nel senso più pieno del termine, capace di spaziare dalla regia alla filosofia, dalla scrittura alla composizione musicale. Il sindaco e la giunta comunale della cittadina umbra hanno voluto ricordare il suo legame indissolubile con il teatro locale, un rapporto che all’inizio degli anni Duemila lo aveva visto ricoprire il ruolo di direttore al fianco di Fabio Battistelli, musicista di fama internazionale nonché suo amico fraterno. Insieme a Battistelli, Riondino ha condiviso progetti profondi – come la rilettura della “Buona Novella” di De André eseguita con la banda comunale – e momenti di vita privata che resteranno consegnati alla memoria di chi li ha vissuti.
Quel ritmo caraibico che nascondeva armi e spionaggio
Tra i tanti lavori che ne hanno segnato la carriera, “Maracaibo” occupa senza dubbio un posto speciale. Scritta nel 1981 dal toscano e interpretata da Lu Colombo, la canzone viaggiò per settimane in testa alle classifiche, venendo ancora oggi riproposta nelle discoteche come un classico dai ritmi ballabili. Eppure, chi ne ascoltasse solo la superficie cadrebbe in un inganno: il brano si porta dietro una storia fatta di spionaggio internazionale, amori proibiti, traffico d’armi e riscatto sociale. Una leggerezza solo apparente, insomma, quella che ha reso celebre il pezzo, mentre il testo rivelava la vena più acuta e politicizzata di un artista che non amava le semplificazioni. Riondino, in questo, è sempre stato fedele a se stesso: anche nei momenti di maggiore popolarità, non ha mai rinunciato a infilare nei solchi del vinile una riflessione amara o una denuncia implicita.
Il sogno incompiuto della Scuola dei Giullari
Negli ultimi anni, nonostante la malattia che ne aveva minato la salute, l’attore e musicista stava inseguendo un’ultima, ambiziosa iniziativa. Si trattava della Scuola dei Giullari, un centro di formazione diffuso concepito per insegnare l’arte della composizione di canzoni, gettando un ponte tra la tradizione della poesia orale e le eccellenze contemporanee. Un progetto rimasto incompiuto, quasi un testamento spirituale di chi ha sempre visto nell’arte un mestiere artigianale prima ancora che creativo. A dare l’annuncio della morte è stata l’amica illustratrice e designer Chiara Rapaccini, che ha così rotto il silenzio sulla scomparsa di una delle figure più originali del panorama culturale italiano.
Il “Fu fu” di Striscia e la caduta di Gerry Scotti
Il volto di Riondino, però, è legato anche alla televisione dei primi anni Novanta, in particolare a “Striscia la notizia”, il tg satirico nato il 7 novembre 1988. In un video creato dalla squadra social del programma, scorrono molti degli elementi iconici di quell’epoca: dai Telegatti ricevuti da Antonio Ricci all’inimitabile caduta sul bancone di Gerry Scotti, dal gesto del “Fu fu” – che Ezio Greggio ed Enzo Iacchetti hanno reso immortale, cogliendolo dalla mimica dell’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema – fino alla nascita del Gabibbo. Riondino, in quel contesto, rappresentava la verve dissacrante di un certo cabaret d’autore, capace di mescolare ironia e impegno senza mai cadere nel banale. La sua voce e la sua presenza scenica restano impresse in quella stagione irripetibile, dove il varietà si faceva cronaca e la satira diventava strumento di analisi sociale.




