Funerali di David Riondino, l’ultimo saluto tra poesia, ironia e le note di “Maracaibo”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La lunga scia di applausi che ha accolto il feretro, giunto poco prima delle undici nella Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo, ha subito chiarito il clima di quella mattina romana: non solo cordoglio, ma anche la volontà di restituire a David Riondino quell’energia vitale che lui, per decenni, aveva sparso sui palchi e sugli schermi italiani. L’artista, morto a 73 anni lo scorso sabato nel suo appartamento romano, ha ricevuto l’estremo saluto tra le braccia della famiglia – con la moglie Giovanna e la figlia Giada in prima fila – e di un intero mondo culturale che con lui aveva condiviso ideali, risate e battaglie. Tra i presenti, volti noti come Sabina Guzzanti, compagna di Riondino per molti anni, il musicista Stefano Bollani, e l’amico fraterno Dario Vergassola, si sono stretti attorno a quel feretro mentre, a spiazzare la solennità del rito, veniva intonata “Maracaibo”, la hit del 1981 che l’attore e cantautore scrisse e che negli anni è diventata un vero e proprio manifesto della sua ironia dissacrante.

“Maracaibo” e il sorriso come atto d’amore

Proprio l’esecuzione di quella canzone, popolarissima e così lontana dai toni della liturgia tradizionale, ha rappresentato il punto più alto di una cerimonia che ha saputo mescolare la commozione a quel gusto per il surreale che tanto apparteneva al cantautore. Non un fuori programma, ma un omaggio voluto, quasi un testamento artistico che ha strappato sorrisi e lacrime insieme. Del resto, come avrebbe voluto lui, l’addio è stato all’insegna di quella leggerezza profonda di cui Riondino era maestro: se il poeta Davide Rondoni, dal pulpito, ha ricordato come l’artista fosse andato via “nel giorno della domenica delle Palme”, aggiungendo con affettuosa ironia che lassù, tra i santi annoiati, Dio stesso potrebbe presto sentire la necessità di “chiamare Riondino per fare un po’ di intelligente casino”, l’atmosfera generale ha confermato la cifra stilistica di un uomo che non ha mai preso sul serio la propria serietà.

L’abbraccio degli amici di sempre

Ad accogliere la bara, portata a spalla da alcuni dei suoi sodali più stretti, c’erano anche tanti “semplici” ammiratori che hanno voluto rendere omaggio a un artista poliedrico: attore, scrittore, regista, ma anche un intellettuale popolare capace di passare con disinvoltura dalle satire feroci di “Cuore” e “Tango” alle improvvisazioni del “Maurizio Costanzo Show”. Tra gli interventi più toccanti, quello di Paolo Hendel, con il quale Riondino condivideva origini fiorentine e una lunga storia di collaborazioni. Hendel, visibilmente commosso, ha letto la preghiera degli artisti, per poi affidare a un ricordo personale il suo saluto. Ha raccontato di quando, agli esordi, Riondino gli insegnò “la strada da seguire” spiaccicandogli un pomodoro in faccia in una scenetta. “Caro David”, ha detto, “non sempre sono riuscito a capire i tuoi ragionamenti, troppo difficili per me, e ultimamente non sempre li ho condivisi, lo sai, ma quanto mi mancheranno! E soprattutto, d’ora in poi, con chi cazzeggio?”. Un’ironia, la sua, che ha trovato eco nelle parole di Dario Vergassola, il quale ha ricordato i ritardi cronici dell’amico, scherzando sul fatto che oggi, almeno per una volta, fosse riuscito ad arrivare in orario.

La spiritualità di un “visionario”

A chiudere il cerimoniale, il pensiero del sacerdote Guidalberto Bormolini, che ha restituito l’immagine di un Riondino intimo e consapevole. “Io ho fatto ciò che dovevo fare, voglio andare”, gli avrebbe confidato l’artista durante l’ultimo incontro, una frase che ne rivela la lucidità di fronte al distacco. Bormolini ha parlato di lui come di un “uomo libero” e di un “grande sognatore di bene”, capace di coltivare “il candore” in un’epoca spesso cinica. Un ritratto che si discosta dalle maschere pubbliche dell’inventore del cantautore brasiliano Joao Mesquinho o del verseggiatore satirico, per restituire la figura di un intellettuale innamorato della poesia e delle “cose invisibili”. Le sue ceneri, o la sua memoria, restano così appese a quel doppio registro che ha segnato tutta la sua carriera: capace di far ridere con la leggerezza di “Maracaibo” e di commuovere con la profondità dei suoi studi letterari, Riondino lascia un vuoto che molti, tra colleghi e pubblico, hanno sentito fisicamente nell’abbraccio finale della chiesa romana.

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