L’ultimo saluto a David Riondino, tra le corde di una “Maracaibo” e il ricordo di chi l’ha amato

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La voce che per decenni aveva raccontato l’Italia ironica, quella capace di ridere del potere e delle proprie stesse miserie con la raffinatezza di un giullare colto, si è spenta domenica scorsa, 29 marzo, all’età di 73 anni. David Riondino, che non fu soltanto cantautore ma anche attore, regista, scrittore e poeta, ha ricevuto ieri l’abbraccio definitivo nella Chiesa degli artisti a Roma, in piazza del Popolo, luogo simbolico dove la sacralità incontra spesso la mondanità ma che ieri era invece il teatro intimo di un addio profondamente sentito. Ed è stato proprio lì, davanti all’altare, che la sua celebre “Maracaibo” – un pezzo del 1981 che divenne un’hit imprevedibile – ha risuonato per l’ultima volta, strappando lacrime e insieme sorrisi, esattamente come avrebbe voluto lui.

L’ironia come forma di preghiera e la forza di un carattere visionario

A celebrare il rito, o meglio a raccontare l’uomo più che il fedele, c’era don Guidalberto Bormolini, il quale ha rivelato ai presenti le ultime parole che Riondino gli aveva confidato: “Io ho fatto ciò che dovevo fare, voglio andare”. Una dichiarazione di intenti che lascia trasparire quella consapevolezza lucida e distaccata che l’artista toscano aveva maturato, specie negli ultimi tempi di malattia. La cerimonia, lungi dall’essere un lugubre compianto, ha mantenuto quella tensione tra il sacro e il profano che è sempre stata il tratto distintivo della sua produzione artistica. Se da un lato il poeta Davide Rondoni ha evocato la “domenica delle Palme” come data simbolica della sua dipartita, dall’altro non ha potuto fare a meno di scherzare, immaginando un Dio che un giorno, annoiato dai Santi, chiamerà Riondino per fare “un po’ di intelligente casino”.

Nel banco delle prime file si è stretto il suo nucleo familiare più intimo, con la moglie Giovanna, la figlia Giada, e accanto a loro Sabina Guzzanti, storica compagna con cui condivise anni di battaglie artistiche e televisive, come la celebre e controversa esperienza di “Raiot”. La loro presenza fisica, così come quella di Stefano Bollani – che ha omaggiato l’amico con un tango struggente al pianoforte – ha restituito l’immagine di una costellazione di affetti che non lo ha mai abbandonato.

Il legame con De André e la lezione del palco

Prima di lasciarci, in quella che molti hanno definito la sua ultima intervista rilasciata prima della scomparsa, Riondino aveva voluto ripercorrere alcune delle tappe fondamentali di un percorso artistico davvero multiforme. Tra i capitoli più significativi della sua biografia emerge senza dubbio il rapporto con Fabrizio De André, una frequentazione che non era solo professionale ma intrisa di stima reciproca. Riondino, in quella conversazione, raccontava di aver aperto circa trenta concerti per il “Faber” nazionale, un’esperienza che descriveva come “formativa e irripetibile”. Non era un semplice contorno al main event, insomma, ma un vero e proprio laboratorio umano nel quale la poesia del cantautore genovese filtrava attraverso la grinta dissacrante del giullare fiorentino, creando un cortocircuito perfetto tra la malinconia esistenziale e la satira più feroce.

E quella stessa capacità di destreggiarsi tra i generi, dal cinema di Bernardo Bertolucci alle sceneggiature dei fratelli Taviani, ha fatto di lui un testimone unico della cultura italiana del Novecento. La sua carriera, iniziata quasi per caso in una biblioteca prima di esplodere nelle improvvisazioni al “Maurizio Costanzo Show” con il celebre personaggio Joao Mesquinho, dimostra come Riondino avesse intuito molto prima di altri la potenza della contaminazione.

Michele Serra e il valore della risata come eredità morale

Tra i tanti che hanno voluto lasciare un ricordo pubblico, le parole di Michele Serra risuonano con particolare efficacia perché catturano l’essenza del rapporto che Riondino intratteneva con il mondo. Serra lo ha descritto come un uomo che possedeva “molti e formidabili talenti” – la scrittura in rima su tutti – e che ne ha lasciato traccia ovunque, a giudicare dalla “impressionante quantità di racconti, memorie, testimonianze” emerse alla notizia della sua morte. Quello che Serra sottolinea, però, è l’atteggiamento: la capacità di Riondino di incantare non solo con le opere compiute ma con la semplice umanità del ridere insieme. Era, scrive Serra, come se avesse incarnato un modo di stare al mondo che sfuggiva alle classificazioni, rendendo ogni suo intervento, anche il più fugace, un piccolo evento irripetibile.

Nonostante il dolore per la perdita, la cerimonia di ieri ha quindi restituito l’immagine di un artista che è riuscito nell’impresa più difficile: trasformare l’addio in un momento di condivisione autentica, senza ipocrisie, dove la canzone “Maracaibo” – che per decenni aveva fatto ballare generazioni di italiani – diventava il simbolo di una vitalità che nemmeno la morte può offuscare.

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