Il Club Tenco e l’eredità del giullare colto: l’addio a David Riondino
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il lungo rapporto di David Riondino con la Rassegna della Canzone d’Autore, iniziato nel lontano 1979 per volontà di Amilcare Rambaldi, si è interrotto solo con la sua scomparsa. Tenchiano fin dalla prima ora – una definizione, questa, che il Club ha voluto sottolineare nel commemorarlo – l’artista toscano non aveva mai smesso di frequentare quel palco, anno sì anno no, fino all’edizione dello scorso anno, a dimostrazione di un legame che andava ben oltre la semplice partecipazione professionale. Rambaldi, d’altronde, lo aveva voluto quasi agli albori della manifestazione, intuendo forse in quel giovane dalla parlantina fluida e dalla chitarra pronta una sintesi perfetta tra la tradizione del cantautorato e le inquietudini della nuova scena culturale italiana. Si era assunto, per sé, il ruolo di giullare; un giullare, viene ricordato, con una sottile vena di tristezza nel sorriso, perché in realtà – come hanno evidenziato i vertici del Club – era un intellettuale e un artista raffinato, ironico e profondamente libero, capace di attraversare con intelligenza e sensibilità il mondo della canzone d’autore, del teatro, del cinema, della televisione.
Una presenza generosa e informale oltre i palchi ufficiali
A testimoniare la natura eclettica di Riondino non sono solo i suoi dischi o le sue apparizioni televisive, ma anche quella capacità di trasformare qualsiasi momento in occasione di spettacolo, caratteristica che lo rendeva unico nel panorama italiano. Il Club Tenco, nel dare l’addio, ha voluto sottolineare come la sua fosse una “presenza preziosa e familiare”, capace di diffondere una “pungente leggerezza” in tutte le iniziative. Ciò che resterà indelebile nella memoria degli organizzatori e del pubblico sono le sue improvvisazioni anche nei momenti più informali: era solito salire sul palco con naturalezza durante i cambi scena, approfittando di quei vuoti tecnici per accompagnare i presenti con racconti, riflessioni e versi improvvisati. Non si trattava di semplice intrattenimento, ma di un approccio quasi artigianale alla cultura, dove la battuta non era mai fine a se stessa ma veicolo di un pensiero più profondo. Questa generosità, d’altronde, lo aveva reso protagonista anche di memorabili sfide in ottava rima toscana, un’arte antica che lui maneggiava con la disinvoltura di un moderno cantastorie, mettendosi alla prova con colleghi del calibro di Roberto Benigni e Francesco Guccini.
Dagli esordi nel collettivo Victor Jara alla maturità di cantautore
La genesi artistica di Riondino affonda le sue radici nella Firenze degli anni Settanta, un ambiente culturalmente vivace dove iniziò la sua attività collaborando con il collettivo “Victor Jara”, un’esperienza che gli permise di affinare la sua cifra stilistica fatta di impegno politico e sperimentazione musicale. In quegli anni incise i primi dischi, muovendo i primi passi in un circuito indipendente che lo avrebbe portato a confrontarsi presto con le grandi produzioni. Dagli anni Ottanta, intrapresa la carriera solista, iniziò a pubblicare dischi che mescolavano la canzone d’autore con venature satiriche e una raffinata ironia. A renderlo celebre presso il grande pubblico fu tuttavia una combinazione di talenti apparentemente distanti: da un lato la brillante improvvisazione al *Maurizio Costanzo Show*, dove il personaggio di Joao Mesquinho divenne un cult, dall’altro la capacità di scrivere canzoni di successo come “Maracaibo” – brano simbolo dell’estate 1981 – che rivelava però, dietro l’apparente leggerezza ritmica, una trama narrativa complessa fatta di intrighi e personaggi ambigui. La sua versatilità gli permise di passare con disinvoltura dalla televisione di intrattenimento a programmi di approfondimento culturale, fino a approdare al cinema (con registi come i fratelli Taviani e Gabriele Salvatores) e a Sanremo, dove nel 1995 presentò “Troppo sole” insieme a Sabina Guzzanti.
L’affetto di Paolo Rossi e il ricordo dal palco di Roma
A Roma, dove i funerali si terranno martedì 31 presso la Chiesa degli artisti a piazza del Popolo, il cordoglio del mondo dello spettacolo si è manifestato con gesti concreti, lontani dai rituali consueti. Paolo Rossi, compagno di una vita di avventure teatrali iniziata proprio in quello che considera il suo teatro di riferimento, ha voluto ricordare l’amico in apertura del suo spettacolo “Operaccia Satirica: onora i padri e paga la psicologa”, interrompendo la narrazione per dedicargli un pensiero. “Se n’è andata la persona con cui ho iniziato a recitare proprio in questo teatro”, ha raccontato Rossi, aggiungendo poi una riflessione che incarna perfettamente lo spirito della loro lunga amicizia e, più in generale, dell’ambiente teatrale che li ha visti protagonisti. Per i teatranti, ha spiegato, non si fa un minuto di silenzio: quando se ne va un comico bisogna ridere e ballare. Un’affermazione che suona come un testamento spirituale per un artista che, come Riondino, aveva fatto della leggerezza e dell’ironia il suo strumento di analisi della realtà. La loro collaborazione, che risale agli anni Ottanta con lavori come “Chiamatemi Kowalski” e “La commedia da due lire”, rappresenta uno dei capitoli più alti del teatro comico italiano di quegli anni, un sodalizio fondato su una complicità che andava ben oltre il palcoscenico.
L’eclettismo come cifra stilistica e l’eredità culturale
Nel tentativo di tracciare un profilo di David Riondino, ci si imbatte inevitabilmente nella difficoltà di incasellarlo in una singola definizione: è stato tutto – cantante, autore, satiro, cantastorie, attore – e il contrario di tutto, nel senso che prendeva regolarmente in giro quel che faceva sul serio, mentre nelle prese in giro era serissimo. Questa ambiguità ironica, questa capacità di mescolare il registro alto del poeta a quello popolare del giullare, era ciò che lo rendeva unico. Negli anni ha spaziato dal cinema (da *Maledetti vi amerò* di Marco Tullio Giordana a *Kamikazen* di Salvatores) alla regia (con *Cuba Libre*), dalla direzione artistica di festival letterari come “Il giardino della poesia” a San Mauro Pascoli fino alla collaborazione con riviste storiche di satira e controcultura come *Tango*, *Cuore* e *Il Male*, lasciando il segno anche come verseggiatore satirico. A tratteggiare il suo ruolo centrale nella cultura italiana, la Regione Emilia-Romagna lo ha definito “una figura centrale”, sottolineando il suo legame con quei territori dove ha saputo abitare le piazze e i teatri con il suo talento, tenendo insieme tradizione letteraria e spirito popolare. Una figura, insomma, che ha attraversato con intelligenza e sensibilità il mondo della canzone d’autore, del teatro, del cinema e della televisione, senza mai perdere quella sottile vena di tristezza nel sorriso che lui stesso si era scelto come cifra distintiva.




