David Riondino, l’arte di ridere della musica “colta” e quella vena velenosa che mancherà al teatro

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Quando scompare qualcuno come Davide Riondino – e sì, il nome d’arte era “David”, ma il suo essere fiorentino doc restava impresso nella cadenza – le parole spese per ricordarlo rischiano di debordare nella celebrazione, quasi sempre troppe per ri ri riuscire a contenerne la poliedricità. Lui, che di mestiere faceva il cantante, lo scrittore, il drammaturgo, l’umorista, l’attore, il presentatore, lo sceneggiatore, il regista, se n’è andato a 73 anni nella sua casa romana, dopo aver combattuto a lungo contro quella malattia di cui pochi conoscevano i dettagli ma che, evidentemente, non gli aveva fatto perdere la voglia di esserci fino all’ultimo.

Ricordo di averlo visto all’opera per la prima volta in un lontanissimo Maurizio Costanzo Show – che oggi sembra roba di un’altra era geologica – quando ancora il varietà del pomeriggio era una cassa di risonanza per chi volesse uscire dagli schemi. Riondino, in quell’occasione, aveva perfezionato la maschera di Joao Mesquinho, parodiando con una sottile vena velenosa la mestizia insopportabile di certi cantautori brasiliani tanto cari all’intellighenzia italica. Non c’era cattiveria, in quelle parodie, quanto piuttosto una forma di liberazione: l’idea che la canzone d’autore potesse anche permettersi il lusso di non prendersi sul serio. Lo aveva capito subito, del resto, fin dal 1979, quando si trovò a fare da spalla a Fabrizio De André in quella storica tournée con la Pfm: palasport gremiti, pubblico che di solito si accaniva sui malcapitati delle prime parti, e invece quella sera uscì un tipo che andò al microfono e fece breccia non con la supponenza ma con il sarcasmo intellettuale.

Un eclettismo che viene da lontano, fra collettivi politici e riviste di satira

Per capire Riondino, bisogna tornare agli anni Settanta, quando a Firenze – dove era nato nel 1952 – aveva fondato un gruppo rock che portava il nome di Victor Jara, il cantautore cileno ucciso dai golpisti di Pinochet. Era il tempo delle case del popolo, delle Feste dell’Unità, di una militanza culturale che lui non ha mai rinnegato ma che ha sempre rielaborato in chiave ironica. Nei dischi incisi con il Collettivo Victor Jara per i circoli Ottobre c’era già la scintilla di quello che sarebbe diventato: la capacità di usare la musica come veicolo di pensiero senza per questo diventare noioso. Negli anni Ottanta, quella vena si è affinata nelle redazioni delle riviste storiche di satira e controcultura – Tango, Cuore, Comix, Linus – per poi approdare, negli anni Novanta e Duemila, al Male di Vincino e Vauro e all’Unità di Sergio Staino. Era un modo di stare dentro la cultura popolare senza mai abbassare il livello, di parlare di versi e di poesia senza usare quella patina paludata che lui detestava.

La carriera teatrale, poi, è stata un susseguirsi di sodalizi che hanno segnato la comicità italiana. Nel 1987 con Paolo Rossi mise in scena Chiamatemi Kowalski e poi La commedia da due lire: due spettacoli che hanno ridefinito il concetto di cabaret, portando in scena una comicità surreale che attingeva a piene mani dalla letteratura e dal cinema. Paolo Rossi, proprio l’altra sera al teatro Menotti di Milano, ha aperto l’ultima replica di Operaccia satirica con un pensiero che diceva tutto: «Se n’è andata la persona con cui ho iniziato a recitare proprio in questo teatro». E poi, fedele al codice che li ha sempre legati, ha spiegato che per i teatranti non si fa un minuto di silenzio, si balla. Perché il lutto, nel loro immaginario, era già stato trasformato in energia anni prima, quando insieme avevano scelto di ridere anche delle cose più serie.

L’amore con Sabina Guzzanti e il palco di Sanremo

La notizia della scomparsa ha colpito in particolare chi con Riondino ha condiviso non solo il palco ma anche la vita. Sabina Guzzanti, sua compagna per molti anni a metà degli anni Novanta, lo ha ricordato su Instagram con uno scatto che li ritraeva giovani e con una frase che è anche una sintesi: «Io e te siamo stati fantastici». Quella coppia, all’epoca, rappresentava un certo modo di fare satira intellettuale e popolare insieme. Nel 1995 erano saliti insieme sul palco del Festival di Sanremo con il brano Troppo sole, scritto con il collettivo La Riserva Indiana: una partecipazione che aveva messo in mostra la loro capacità di mescolare ironia e impegno senza mai cadere nel greve. Il rapporto, pur essendosi trasformato negli anni, è rimasto solido: lei lo ha sempre definito «colto e gentile», e quella gentilezza – dicono molti – era la cifra anche dei momenti più duri della malattia.

Non c’è stata, nella sua parabola, la ricerca ossessiva della ribalta. Riondino lavorava per progetti, per passioni, per incuriosire se stesso prima ancora che il pubblico. Ha ideato il festival Il giardino della poesia a San Mauro Pascoli, portando avanti per anni un lavoro di valorizzazione della poesia narrativa che pochi, in ambito pop, avevano il coraggio di fare. In radio, con Stefano Bollani, ha realizzato Il dottor Djembé su Rai Radio3, e con il filologo Maurizio Fiorilla ha condotto umana cosa su Boccaccio e ma dimmi chi tu se’ su Dante. Questa tensione tra l’alta cultura e il linguaggio comune era il suo territorio: riusciva a parlare di Petrarca e di calcio nella stessa sera, senza che nessuno dei due registri suonasse fuori posto.

“Maracaibo”, il cinema e quel modo di stare sul palco

Il grande pubblico, però, lo associa giustamente a Maracaibo, il brano scritto nel 1975 con Lu Colombo e diventato la hit dell’estate 1981: un caso di successo popolare che lui non ha mai sfruttato per costruirsi una carriera comoda, ma che ha sempre rivendicato come suo. Nel cinema, la sua presenza è stata costante ma mai invadente: da Maledetti vi amerò di Marco Tullio Giordana a La notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani, da Kamikazen di Gabriele Salvatores a Cavalli si nasce di Sergio Staino. Nel 1997 ha anche firmato la regia di Cuba Libre, velocipedi ai Tropici e diversi documentari sugli improvvisatori in versi dell’isola di Cuba, un tema – quello della poesia estemporanea – che lo appassionava fin dagli esordi.

Negli ultimi anni, il lavoro non si era fermato. Tra il 2020 e il 2022 aveva realizzato il TG SUITE, un laboratorio video di canzoni originali ispirate alla cronaca, coinvolgendo cantautori e video artisti a Scandicci e Terni. Nel 2024 aveva pubblicato alcuni suoi capitoli in terza rima sulla rivista Poesia di Nicola Crocetti, dimostrando che la vena creativa era tutt’altro che inaridita. E poi c’era il progetto della Scuola dei Giullari, rimasto incompiuto ma che raccontava bene il suo modo di intendere la trasmissione culturale: non come un passaggio di nozioni, ma come un gioco serissimo in cui tutti possono partecipare.

I funerali sono stati fissati per martedì alle 11 a Roma, nella Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo. Un luogo che per molti artisti rappresenta l’ultimo saluto laico e insieme profondamente sentito. Chi lo conosceva sa che, se fosse stato lì, probabilmente avrebbe trovato il modo di sdrammatizzare, di alleggerire quel peso che lui ha sempre saputo trasformare in ironia. Perché il vero insegnamento di Riondino, forse, era questo: che anche la morte, quando arriva, non ha l’ultima parola su chi ha saputo raccontare la vita senza mai diventare noioso.

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