Meta e Google condannate negli Stati Uniti: il design che crea dipendenza diventa una responsabilità legale
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Redazione Esteri
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Ci sono settimane in cui un settore smette di sembrare intoccabile. Quella del 24 e 25 marzo 2026 rischia di essere una di queste per l’industria dei social media, un po’ come accaduto in passato con l’industria del tabacco quando le sentenze iniziarono a scardinare la presunzione di innocenza del prodotto. In meno di quarantotto ore, due giurie americane – una a Santa Fe, in New Mexico, l’altra a Los Angeles, in California – hanno emesso verdetti che colpiscono Meta su un punto preciso: la responsabilità non riguarda più soltanto i contenuti pubblicati dagli utenti, ma può estendersi al modo in cui le piattaforme sono progettate. È una linea giuridica nuova, che sposta il dibattito dalla libertà di espressione alla sicurezza del prodotto, e che per la prima volta in modo così netto equipara gli algoritmi a elementi potenzialmente dannosi su cui le aziende sono chiamate a rispondere direttamente.
Il primo dei due colpi è arrivato il 25 marzo da una corte della California, dove una giuria ha ritenuto Meta e Google – rispettivamente per Instagram e YouTube – responsabili di negligenza. L’accusa, portata da una giovane donna oggi ventenne identificata con le iniziali KGM, sosteneva che le caratteristiche costitutive delle piattaforme, come lo “scroll infinito” e i sistemi di raccomandazione basati su algoritmi, l’avevano di fatto costretta a rimanervi attiva per tutto il giorno sin dall’infanzia, causandole una dipendenza che ha sfociato in stati depressivi e ansia. La ricorrente, che ha raccontato alla giuria di aver iniziato a usare YouTube a sei anni e Instagram a nove, ha ottenuto un risarcimento di sei milioni di dollari. Inizialmente la giuria aveva faticato a trovare l’unanimità, ma alla fine il verdetto ha stabilito che il danno non deriva da un singolo contenuto pubblicato da un terzo, bensì dall’architettura stessa del servizio, una distinzione fondamentale che le aziende avevano sempre cercato di evitare grazie alla protezione offerta dalla normativa federale.
La resa dei conti nel New Mexico e la reazione dei Duchi del Sussex
A distanza di poche ore, un’altra giuria a Santa Fe ha inflitto a Meta una sanzione ben più pesante: 375 milioni di dollari per non aver protetto i minori dai predatori sessuali e per aver fornito informazioni fuorvianti sulla sicurezza delle proprie piattaforme. Il procuratore generale dello stato, Raúl Torrez, che aveva avviato l’inchiesta nel 2023, ha definito il verdetto una “vittoria storica per ogni bambino e ogni famiglia” che ha pagato il prezzo della scelta di Meta di anteporre il profitto alla sicurezza. In questo caso, la giuria ha ritenuto che la società di Menlo Park avesse violato le leggi statali sulle pratiche commerciali sleali, calcolando migliaia di violazioni distinte che hanno portato a una cifra complessiva destinata a pesare come un precedente nei migliaia di contenziosi simili ancora pendenti negli Stati Uniti.
A commentare i due verdetti – con una nota che ha amplificato la portata simbolica delle decisioni – sono stati Harry e Meghan, i duchi del Sussex, da tempo impegnati attraverso la loro fondazione Archewell Philanthropies nella sensibilizzazione sui danni che i social network causano alla salute mentale dei più giovani. In una dichiarazione ufficiale hanno parlato di “resa dei conti”, sottolineando come per la prima volta una giuria abbia affermato in modo inequivocabile che il modo in cui queste piattaforme sono progettate può causare danni reali e che le aziende ne erano consapevoli. “Per troppo tempo”, si legge nella nota, “le famiglie hanno pagato il prezzo di piattaforme create senza alcun riguardo per i bambini che raggiungono”.
La tecnologia non è neutrale: il precedente che cambia le regole del gioco
La strategia legale che ha portato a questi risultati si ispira consapevolmente ai processi che negli anni Novanta coinvolsero l’industria del tabacco, quando si dimostrò che le aziende nascondevano gli effetti nocivi della nicotina e progettavano i prodotti per creare dipendenza. L’idea di fondo, come hanno spiegato gli avvocati delle parti lese, è che la tecnologia non sia uno strumento neutro che si piega passivamente ai desideri dell’utente, ma un condizionatore attivo del comportamento. Non è un caso che nei dibattiti sia tornata alla ribalta la celebre intuizione di Marshall McLuhan, secondo cui “il mezzo è il messaggio”: più il mezzo è complesso, più il suo impatto su di noi è rilevante, e chi lo gestisce ne diventa responsabile.
A conferma della portata epocale di queste sentenze, c’è il fatto che TikTok e Snapchat, inizialmente coinvolti nel procedimento californiano insieme a Meta e Google, hanno scelto di chiudere con accordi extragiudiziali prima ancora dell’inizio del processo, evitando il rischio di una condanna esemplare. Meta, da parte sua, ha annunciato ricorso in entrambi i casi, facendo sapere di non condividere le conclusioni delle giurie e sostenendo che la salute mentale degli adolescenti è “profondamente complessa” e non può essere ricondotta a una singola applicazione. Una posizione, quest’ultima, che tuttavia appare sempre più difficile da sostenere alla luce di due verdetti arrivati a poche ore di distanza l’uno dall’altro, in due stati diversi, accomunati dalla stessa tesi di fondo: il problema non risiede nell’educazione dei figli, ma nella progettazione dei prodotti.
Un nuovo paradigma per i contenziosi e le responsabilità delle Big Tech
I risarcimenti, per quanto consistenti – tre milioni di dollari nel caso californiano, di cui il settanta per cento a carico di Meta, e 375 milioni in quello del New Mexico – rappresentano per le aziende una cifra economicamente irrisoria se rapportata ai bilanci dei colossi della Silicon Valley. Il vero peso di queste decisioni, infatti, è di natura giuridica e strategica: esse trasformano il contenzioso in una variabile strutturale per il bilancio di Meta e Google, dimostrando che le giurie sono disposte a riconoscere un nesso di causalità tra le scelte di design delle piattaforme e i danni psicologici subiti dagli utenti più giovani.
A livello procedurale, i due processi hanno seguito un percorso noto come “coordination proceeding”, una formula pensata per arrivare a sentenze che facciano giurisprudenza e che possano essere utilizzate come modello per gli oltre mille casi simili ancora in attesa di giudizio. L’obiettivo dichiarato dei querelanti – tra cui non solo singoli adolescenti ma anche distretti scolastici e intere famiglie – è costringere le piattaforme a modificare i propri algoritmi e, di conseguenza, a rivoluzionare il loro modello di business basato sulla massimizzazione del tempo di permanenza degli utenti. Se questo accadrà, l’industria dei social media potrebbe trovarsi di fronte a una svolta paragonabile a quella che ha segnato il destino delle sigarette negli Stati Uniti, quando la percezione pubblica del prodotto cambiò radicalmente dopo le prime grandi condanne.




