Il giallo di Paragon, i pm confermano: i servizi puntarono Casarini e Caccia, ma il telefono di Cancellato fu bucato da altri

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   L’intricata vicenda dell’utilizzo dello spyware Graphite, prodotto dalla società israeliana Paragon Solutions, ha ricevuto nelle ultime ore un contributo decisivo dagli accertamenti tecnici disposti dalle procure di Roma e Napoli, che procedono coordinandosi con la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. Il quadro che emerge dalla consulenza depositata a febbraio e dagli accessi effettuati presso i server dell’Aisi, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna, conferma la compromissione di tre dispositivi Android nella stessa finestra temporale, ma aggiunge un elemento di complessità destinato a tenere alta l’attenzione degli inquirenti. Se per gli attivisti di Mediterranea Saving Humans, Giuseppe Caccia e Luca Casarini, l’origine dell’attacco informatico risulta ormai accertata e riconducibile a un’operazione autorizzata dei servizi segreti italiani, per Francesco Cancellato, direttore di Fanpage, si apre invece uno scenario differente e per certi versi più inquietante, dal momento che nessuna traccia della sua utenza è stata rinvenuta nei database dell’intelligence nazionale.

La notte del 14 dicembre e il nodo della tempistica

Tecnicamente, l’elemento che aveva inizialmente fatto pensare a un disegno unitario era la tempistica: i tre telefoni, come evidenziato dalla relazione dei consulenti, riportano tracce di infezione riconducibili alle prime ore del 14 dicembre 2024, un lasso di tempo ristretto nel quale verosimilmente venne eseguita una campagna coordinata di inoculazione del malware. Una simile simultaneità, sottolineano i tecnici nelle loro carte, suggerirebbe la partecipazione a una medesima operazione, se non fosse che per due dei tre bersagli l’operazione è attribuibile all’Aisi, mentre per il terzo, quello del giornalista, manca qualsiasi riscontro nei sistemi dell’agenzia. Da qui la necessità, avvertita dai magistrati titolari dell’inchiesta, di verificare con un accesso diretto ai server, effettuato ai sensi dell’articolo 256-bis del codice di procedura penale, se il software in dotazione ai servizi fosse stato utilizzato anche contro Cancellato, magari in modo non dichiarato. L’esame dei dati, come si legge in una nota congiunta delle procure, ha riscontrato le operazioni nei confronti di Caccia e Casarini, ma non ha permesso di rilevare attività riconducibili al direttore di Fanpage, escludendo così un coinvolgimento diretto dell’intelligence interna.

Anomalie nei database e piste alternative

A rendere il quadro ancora più articolato è la constatazione che i dispositivi dei tre soggetti presentano tutti, senza eccezioni, anomalie nei database di WhatsApp, consistenti in interazioni compatibili con le modalità operative del malware israeliano. In pratica, se è vero che per Cancellato non si può parlare di un’operazione firmata Aisi, è altrettanto vero che il suo smartphone è stato oggetto di un tentativo di accesso abusivo, verosimilmente portato a termine con il medesimo spyware o con una sua variante, e nella medesima finestra oraria in cui i servizi segreti italiani stavano eseguendo le loro operazioni autorizzate. I pm, che procedono contro ignoti ipotizzando i reati di accesso abusivo a sistema informatico e intercettazione illecita, si trovano quindi a indagare su due binari paralleli: da un lato quello, ormai chiarito, dell’attività istituzionale di intelligence verso i due attivisti di Mediterranea; dall’altro quello, ancora avvolto nel mistero, dell’attacco subito dal giornalista, per il quale si cercano ora gli autori materiali e i mandanti.

Le dichiarazioni dell’intelligence e il nodo delle responsabilità

Fonti vicine all’intelligence, contattate in queste ore, hanno fornito una possibile spiegazione per la coincidenza temporale, parlando di un guasto tecnico che avrebbe reso il sistema Graphite non funzionante per diverse settimane, per poi essere ripristinato proprio il 14 dicembre 2024 per tutti i clienti che lo avevano in uso. Una circostanza, questa, che giustificherebbe il fatto che tutte le operazioni, tanto quelle autorizzate dell’Aisi quanto quella, presumibilmente illecita, ai danni del giornalista, risultino concentrate in quella data, semplicemente perché il software era tornato operativo. Resta però da capire chi, in Italia o all’estero, abbia avuto la possibilità di utilizzare un’arma informatica così sofisticata, che Paragon Solutions, secondo quanto dichiarato pubblicamente dall’azienda, cede esclusivamente a entità statali. L’ipotesi che si tratti di un’altra agenzia di intelligence straniera, operante sul territorio nazionale, è tra quelle al momento percorse dagli inquirenti, così come non si esclude che possano essere emersi nuovi elementi dai server sequestrati o dalle rogatorie internazionali, finora rimaste senza riscontro da parte della società israeliana. Le indagini, coordinate dai procuratori aggiunti Sergio Colaiocco e Vincenzo Piscitelli, proseguono quindi serrate per fare piena luce su un caso che mescola ragioni di Stato, diritti dei giornalisti e utilizzo di tecnologie di sorveglianza di ultima generazione.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.