Iran, lo sciopero dei bazar e l'ombra lunga della rivoluzione
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Redazione Esteri
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Il 6 gennaio, Reza ha chiuso la saracinesca del suo negozio al bazar di Teheran, un gesto che, sebbene muto, parlava con la forza dell'evidenza. Quello sciopero, che ha attraversato i vicoli dell'antico mercato, non era un episodio isolato ma il segno tangibile di una protesta profonda, radicata nella frustrazione di una economia strozzata, dove molti, come la famiglia di Reza che vende bigiotteria da generazioni, faticano a sopravvivere. Gli oligarchi del regime, accusati di affamare il paese, si trovano di fronte a un malcontento che serpeggia in uno dei centri nevralgici della vita commerciale e sociale, un luogo storicamente cruciale per le sorti politiche della nazione.
L'eredità di un sostegno intellettuale
Quella tensione, che oggi si manifesta nelle piazze e nelle serrande abbassate, affonda parte delle sue radici in un paradosso storico che vide una parte della sinistra europea guardare con favore all'avvento del regime. Alla fine degli anni Settanta, infatti, numerosi intellettuali, seguendo anche le suggestioni di pensatori come Michel Foucault, interpretarono la cacciata dello Scià come il preludio a una rivoluzione popolare e progressista, una lettione che portò, ad esempio, il quotidiano l'Unità a celebrare quella "vittoria popolare travolgente". Una simpatia, quella di certi ambienti culturali italiani ed europei, che oggi appare come un capitolo imbarazzante e rimosso, sebbene non abbia certo determinato gli sviluppi successivi, i quali presero rapidamente e drasticamente una direzione teocratica.
Dalla rivolta al cambio di paradigma
Gli analisti sottolineano come il carattere delle proteste sia mutato in maniera sostanziale. Non si tratterebbe più, semplicemente, di una rivolta – fenomeno pur ricorrente nella storia recente dell'Iran, con le sue cinque principali ondate in quindici anni – che avanza rivendicazioni economiche o chiede riforme al potere esistente. Ciò che si sta verificando, secondo alcuni osservatori, ha i tratti di una rivoluzione: un movimento che, rifiutandosi di accontentarsi di mere modifiche all'ordine costituito, punta a sovvertirlo del tutto, dimostrando una volontà di rottura radicale con lo "stato vituperato delle cose" che va ben oltre le richieste di negoziato.
Le radici storiche del potere clericale
Per comprendere la solidità dell'attuale establishment, occorre risalire allo spartiacque del 1979, anno di nascita della Repubblica Islamica. Come ricordano studiosi come il compianto Massimo Campanini, professore di Storia dei paesi islamici, l'Iran pre-rivoluzionario possedeva una solida tradizione di opposizione laica, che venne poi sopraffatta dalla macchina organizzativa degli ayatollah. Il regime che ne emerse, fondendo potere politico e autorità religiosa, ha governato il paese per quasi cinquant'anni attraverso un ferreo controllo sociale e periodiche, durissime repressioni del dissenso, un modello di potere che continua a definire ogni aspetto della vita nel paese.
Le inchieste giudiziarie sulle repressioni delle proteste, condotte con difficoltà all'interno del paese, cercano faticosamente di far luce sulle responsabilità di singoli episodi, tentando di dare un nome e un volto a dinamiche di violenza che spesso rimangono impunite. Nel frattempo, lo scenario internazionale vede una nuova amministrazione statunitense guidata dal presidente Donald Trump, il cui approccio verso Teheran si preannuncia come un ulteriore fattore di complessità in un quadro già estremamente teso.




