Iran, dalle proteste alla guerra ibrida nel bazar di Teheran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Ciò che è iniziato come un moto di piazza, scaturito dal malcontento per il crollo del rial e il carovita, ha assunto i contorni di una rivolta politica, trasformando il Gran bazar di Teheran – da secoli cuore pulsante non solo dell’economia ma anche del consenso – in un campo di tensione. Il regime, consapevole di come i commercianti abbiano storicamente costituito una base di sostegno per le autorità religiose, ha tentato di placare gli animi con promesse di sgravi e accesso valutario, misure che però non hanno spento la protesta. La repressione che ne è seguita, i cui contorni restano in parte oscuri, ha portato a un bilancio di vittime civili, un fatto che Teheran ha immediatamente strumentalizzato in sede internazionale, inviando una lettera di accusa alle Nazioni Unite.

La matrice della guerra ibrida

In quella missiva, indirizzata al Consiglio di Sicurezza, l’Iran attribuisce agli Stati Uniti e al regime israeliano la responsabilità delle morti, denunciando un preciso modus operandi fondato su minacce, sanzioni economiche e destabilizzazione interna, finalizzato a creare i presupposti per una escalation militare. Questa lettura, che potremmo definire ufficiale, trova una sua corrispondenza nelle analisi di diversi osservatori occidentali, i quali parlano apertamente di guerra ibrida. In tale quadro geopolitico, le proteste reali e le fratture sociali vengono sistematicamente amplificate, spesso attraverso canali di informazione selettivi, per costruire una narrazione univoca di oppressione e di attesa per un intervento liberatore. In questo schema, come sottolineano alcuni analisti, il numero delle vittime rischia di non essere più visto come una tragica conseguenza dei fatti, ma quasi come una variabile funzionale al raggiungimento di obiettivi strategici più ampi.

I diversi fronti della destabilizzazione

La studiosa Nathalie Tocci, in una recente analisi, ha evidenziato come il sostegno esterno alle frange dell’opposizione iraniana non sia un elemento nuovo, ma una pratica consolidata, specie durante le precedenti ondate di protesta del 2019 e del 2022, quando si cercò di coinvolgere anche le minoranze etniche del paese. Questa attività di sostegno, però, secondo Tocci, non risponde a un disegno unitario. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e Israele, pur convergendo sull’obiettivo di indebolire Teheran, perseguirebbero infatti finalità distinte, con il rischio concreto che, in assenza di una opposizione interna coesa e riconosciuta, l’unico esito tangibile di tali pressioni sia un ulteriore caos. Una tesi, questa, che sembra trovare conferma nelle dichiarazioni di altri esperti, i quali ritengono che una parte in gioco punti deliberatamente a una militarizzazione del conflitto, anche per distogliere l’attenzione da altri teatri di crisi.

La trappola dell’escalation

La situazione appare dunque bloccata in un circolo vizioso. Da un lato, le proteste interne, nate da ragioni economiche genuine, vengono represse con la forza, generando nuove vittime e un più profondo risentimento. Dall’altro, questa violenza fornisce il pretesto per una guerra narrativa e ibrida condotta dall’esterno, la quale, a sua volta, offre al regime iraniano la giustificazione per inasprire la repressione e presentarsi come vittima di un complotto internazionale. Il bazar, simbolo di una società civile che fatica a respirare, si trova così stretto nella morsa di una dinamica pericolosa, dove le rivendicazioni popolari rischiano di essere soffocate, non solo dai bastoni delle milizie, ma anche dal grande gioco delle potenze regionali e globali.

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