La Cina impone dazi fino al 42,7% sui formaggi italiani, Assolatte: “rischio paralisi”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La mossa, annunciata ieri ed entrata in vigore oggi con tempistiche stringenti, colpisce in modo selettivo, ma estremamente incisivo, una vasta gamma di prodotti. Il ministero del Commercio di Pechino ha infatti ufficializzato dazi provvisori, che possono raggiungere un’aliquota del 42,7%, su beni come formaggi freschi e lavorati, formaggi erborinati, latte e panna provenienti dall’Unione europea. Una misura, questa, che si inserisce in un contesto più ampio di frizioni commerciali, dove a essere interessati sono anche comparti come quello della plastica o della carne, e che rischia di alterare gli equilibri di un mercato già fragile.

L’allarme lanciato dalle aziende del settore

La reazione del comparto italiano, per voce del presidente di Assolatte Paolo Zanetti, è stata immediata e carica di preoccupazione. “La decisione delle autorità cinesi ci colpisce in modo molto duro”, ha spiegato Zanetti, sottolineando come questa scelta “rischia di mettere in ginocchio il settore lattiero-caseario nazionale”. Il timore, più che fondato, è che l’imposizione di dazi così elevati possa compromettere seriamente la tenuta economica delle imprese, le quali, a loro volta, navigano già da mesi in acque agitate per via di uno squilibrio strutturale tra l’offerta e la domanda interna. Un’ondata che, se non arginata, potrebbe portare a conseguenze di non poco conto per un’eccellenza del Made in Italy.

La posizione dell’Unione europea e lo scenario globale

La vicenda, benché riguardi direttamente un settore specifico, rappresenta un passaggio di rilievo nel complesso scacchiere delle relazioni economiche internazionali. L’Europa, che negli ultimi anni ha spesso privilegiato un approccio normativo, si trova ora a dover valutare una risposta a una mossa percepita come aggressiva, bilanciando la necessità di difendere i propri produttori con quella di preservare dialoghi più ampi. In questo quadro, l’azione cinese appare come una chiara contromisura in un confronto commerciale che ormai coinvolge tutti gli attori principali, compresi gli Stati Uniti, dove l’amministrazione del presidente Donald Trump ha storicamente adottato politiche protezionistiche.

Le implicazioni per il sistema agroalimentare italiano

Oltre l’impatto finanziario immediato, che qualcuno teme potrebbe sfiorare la paralisi per alcune aziende, la decisione di Pechino solleva interrogativi strategici sulla dipendenza da mercati esteri. L’export verso la Cina, divenuto cruciale per molti caseifici, subisce ora una brusca frenata, costringendo il settore a ripensare i propri modelli di distribuzione. Resta da vedere, nel prossimo futuro, se e come Bruxelles deciderà di reagire, mentre le imprese italiane si trovano a dover assorbire un colpo che, per molte di esse, potrebbe rivelarsi decisivo in un momento già di per sé delicato.

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