Guerra all’Iran, Pfister mette in guardia la Svizzera: «Rischio attentati». E intanto Dubai riapre lo scalo dopo l’allarme droni
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Redazione Esteri
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Il conflitto in Medio Oriente, innescato dagli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran – azioni che, come ha dichiarato Martin Pfister al settimanale SonntagsZeitung, configurano una violazione del diritto internazionale al pari delle rappresaglie iraniane – potrebbe non rimanere circoscritto ai confini della regione. Il ministro elvetico della Difesa, in un’analisi che abbraccia scenari complessi e spesso sottovalutati dall’opinione pubblica, ha espresso la sua preoccupazione per un possibile allargamento del teatro bellico fino a lambire l’Europa. Non si tratta, nella sua riflessione, soltanto di un conflitto condotto con mezzi militari convenzionali, bensì di una minaccia ibrida che potrebbe materializzarsi in attentati terroristici. Il consigliere federale, originario di Zugo, ha usato parole misurate ma inequivocabili per descrivere il pericolo che incombe sulla Confederazione, un rischio concreto che, a suo avviso, imporrebbe un ripensamento profondo delle strategie di sicurezza nazionale.
L’allarme del ministro e il nodo della difesa aerea
La posizione della Svizzera, neutrale ma geograficamente inserita nel cuore del continente, non la renderebbe immune da eventuali ripercussioni. Pfister ha messo in guardia da possibili attacchi condotti sul suolo elvetico con modalità asimmetriche, e ha aggiunto un ulteriore elemento di crisi all’orizzonte, ovvero una potenziale nuova ondata di rifugiati in fuga dalle zone di guerra, che finirebbe inevitabilmente per coinvolgere anche il Paese. Al di là delle valutazioni geopolitiche, è la fotografia dello stato di preparazione militare a destare le maggiori inquietudini. Il capo del Dipartimento federale della difesa ha puntato il dito contro una lacuna grave e ormai non più ignorabile: l’assenza di sistemi in grado di proteggere il territorio da attacchi a lunga gittata. «Attualmente non disponiamo di alcun mezzo per difenderci dagli attacchi a lunga distanza», ha dichiarato, sottolineando come la minaccia sia stata sistematicamente sottovalutata negli ultimi decenni. Una consapevolezza tardiva, quella espressa da Pfister, che arriva mentre gli alleati tradizionali faticano a onorare gli impegni di fornitura a causa dell’elevato consumo di missili intercettori sui fronti ucraino e mediorientale; le cinque unità di fuoco Patriot ordinate a Washington subiranno ritardi fino a cinque anni, costringendo Berna a guardare con interesse al sistema franco-italiano SAMP/T.
Lo scalo di Dubai nel mirino e la ripresa parziale dei voli
Mentre il ministro tracciava questo quadro allarmante, il conflitto ha fornito una prova tangibile della sua volatilità, colpendo uno degli snodi nevralgici del traffico aereo mondiale. L’aeroporto internazionale di Dubai, secondo scalo più trafficato del pianeta per passeggeri internazionali, è stato costretto a sospendere le operazioni nella mattinata di sabato 7 marzo. La causa è da ricondurre a un’operazione della difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti, intervenuta per intercettare minacce provenienti dallo spazio aereo iraniano. Testimoni oculari hanno riferito di una forte esplosione e di una colonna di fumo visibile nei pressi dello scalo, alimentando per qualche ora la psicosi di un attacco diretto. Fonti ufficiali hanno successivamente parlato di un «incidente minore» dovuto alla caduta di detriti a seguito dell’intercettazione, smentendo categoricamente che l’aeroporto sia stato colpito. Le autorità emiratine hanno fatto sapere che le difese stanno rispondendo a minacce missilistiche e di droni in arrivo dall’Iran, in una fase particolarmente calda del conflitto. Nel pomeriggio, Emirates e le autorità aeroportuali hanno annunciato una ripresa parziale delle attività, seppur con un programma di volo ridotto e la raccomandazione, per i passeggeri, di non recarsi in aeroporto senza una conferma della compagnia.
Italiani e svizzeri bloccati, la gestione dei rimpatri
L’onda lunga delle ostilità si ripercuote con violenza anche sulla vita di migliaia di cittadini europei rimasti intrappolati nella regione. L’Unità di crisi della Farnesina monitora costantemente la situazione, aggiornando al ribasso il numero dei turisti italiani ancora presenti nei Paesi del Golfo, scesi a circa 7.374. Per molti di loro, l’odissea è appena cominciata: le tariffe dei voli alternativi, che aggirano gli hub bloccati come Dubai o Abu Dhabi attraverso rotte che scavalcano l’Etiopia o la Turchia, hanno raggiunto cifre proibitive, con migliaia di euro a persona per un biglietto di sola andata. Diverso, e in qualche modo paradigmatico della rigida impostazione elvetica, è l’atteggiamento di Berna. Nonostante oltre quattromila cittadini svizzeri risultino bloccati nell’area, il Dipartimento federale degli affari esteri ha chiarito di non avere alcuna soluzione immediata per il loro rimpatrio, invocando il principio della «responsabilità individuale». Il Dipartimento, che ha preso la decisione di concerto con la compagnia di bandiera Swiss, non ritiene necessario attivarsi in prima linea, limitandosi a monitorare la situazione. Giovedì scorso la compagnia aerea aveva agito in autonomia organizzando voli da Mascate, ma ora qualsiasi ulteriore operazione di rientro resta subordinata al nulla osta della diplomazia, lasciando di fatto centinaia di viaggiatori in una sospensione carica di ansia e incertezza.




