Ilaria Salis condannata per licenziamento, in appello la replica sui due collaboratori: "Ho scoperto il processo dopo la sentenza"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda giudiziaria che coinvolge l'eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, Ilaria Salis, ha conosciuto un nuovo, significativo capitolo nelle scorse settimane, quando il tribunale di Milano, sezione Lavoro, ha emesso una condanna nei suoi confronti per il licenziamento di due collaboratori, ritenuto illegittimo e avvenuto senza giusta causa. La decisione, che ha suscitato un ampio dibattito politico, ha portato a un risarcimento complessivo di oltre 300.000 euro, una cifra che corrisponde ai mancati guadagni che i due ex assistenti avrebbero percepito fino alla scadenza naturale dei loro contratti, prevista per la fine del mandato parlamentare della Salis, e a cui si aggiungono 10.000 euro per le spese legali. La sentenza, emessa dal giudice Franco Caroleo, ha accolto le richieste di Valentina Dadda e Francois Gelmetti, i due collaboratori assistiti dagli avvocati Francesca Verdura, Tiziana Laratta e Sergio Romanotto, i quali avevano contestato il recesso anticipato dai loro rapporti di lavoro.

I contratti, che prevedevano una retribuzione mensile rispettivamente di 2.900 e 3.000 euro, erano stati firmati poco dopo l'elezione della Salis al Parlamento Europeo, avvenuta nel giugno del 2024, e la loro interruzione, avvenuta nel febbraio del 2025, ha segnato l'inizio di una controversia destinata a diventare un caso politico e mediatico di primo piano.

Le motivazioni della sentenza e la difesa di Ilaria Salis

Secondo quanto ricostruito nel corso del procedimento, a una collaboratrice era stato comunicato un recesso anticipato per il "venir meno del rapporto fiduciario" e per una situazione definita di "incompatibilità ambientale e personale", mentre all'altro assistente era stata revocata l'incarico con effetto immediato, adducendo una "manifesta insoddisfazione riguardo ai contenuti della sua collaborazione".

Il giudice, nel suo verdetto, ha sottolineato che, in casi come questo, l'onere della prova della giusta causa del licenziamento ricade interamente sul datore di lavoro. La Salis, che per tutto il giudizio di primo grado è rimasta contumace, non avendo quindi presentato la propria difesa in aula, non ha potuto assolvere a questo onere probatorio. Di conseguenza, il tribunale ha dichiarato l'insussistenza della giusta causa nei recessi impugnati, condannando l'eurodeputata al risarcimento del danno.

La difesa della Salis si è concentrata su un aspetto procedurale, sostenendo di essere venuta a conoscenza del processo solo dopo la sentenza, a causa di una notifica non ricevuta correttamente. L'eurodeputata, in un video diffuso successivamente, ha dichiarato di aver appreso della condanna solo dopo la sua emissione, e di non aver quindi potuto presentare la documentazione a sua discolpa, esprimendo piena fiducia che il giudizio di appello, già annunciato, possa fare piena chiarezza sulla vicenda.

Il profilo dei due ex collaboratori e il caso di Ca' Dadda

La vicenda ha assunto un ulteriore, e per certi versi ironico, risvolto quando sono emersi dettagli sulla vita e sulle attività economiche dei due ex collaboratori. Valentina Dadda e Francois Gelmetti, infatti, sono i gestori di Ca' Dadda, un palazzo di famiglia situato sul Canal Grande a Venezia, a pochi metri dal Ponte di Rialto, che è stato trasformato in una struttura turistica di lusso con affacci sull'Erbaria.

L'immobile, composto da due piani e una terrazza di trenta metri quadri che guarda sul Canal Grande, offre spazi per locazioni turistiche e eventi, e le tariffe richieste per un soggiorno sono decisamente elevate, come dimostrano i prezzi per i periodi di alta stagione, che possono superare i 1.500 euro a notte, e che portano un soggiorno di due notti a ferragosto a costare 3.880 euro.

La scoperta della loro attività imprenditoriale ha portato l'eurodeputata a giustificare, seppur indirettamente, la sua decisione di interrompere la collaborazione, affermando di essersi assicurata che la cessazione del rapporto non li avrebbe lasciati "privi di mezzi di sostentamento", vista la loro "attuale attività lavorativa".

Le reazioni politiche e l'imbarazzo per il campo largo

La condanna, e ancor di più le difese della Salis, hanno generato un certo imbarazzo nel panorama politico, in particolare all'interno dello schieramento di cui l'eurodeputata fa parte. La vicenda è apparsa in stridente contrasto con la figura di "paladina dei lavoratori" che la Salis ha spesso incarnato, e che l'ha portata a pronunciarsi in Parlamento Europeo a favore di salari minimi e contro lo sfruttamento, definendo "oscusanisti fascistoidi" coloro che difendono i "padroni del capitalismo straccione".

La condanna per un licenziamento senza giusta causa, in barba allo Statuto dei Lavoratori, e la sua difesa basata sul patrimonio dei licenziati, hanno esposto l'eurodeputata a critiche anche dall'interno del suo stesso campo, che vede in lei una "zavorra" sempre più difficile da gestire.

Se da un lato il leader di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, ha invitato ad attendere il giudizio di appello, dall'altro la vicenda ha messo in luce una contraddizione di fondo: per l'opinione pubblica, la Salis appare come colei che, nella sua prassi, sembra applicare un diritto del lavoro "personalizzato", in cui le garanzie contrattuali verrebbero meno se il lavoratore gode di una certa agiatezza economica.

Una difesa, quella basata sul conto in banca dei collaboratori, che rischia di rivelarsi un boomerang, perché sposta l'attenzione dal diritto al patrimonio, un argomento che la sinistra, nelle sue battaglie per la giustizia sociale, ha sempre cercato di evitare.

La vicenda è ora nelle mani della Corte d'Appello, ma il danno d'immagine per la Salis, che deve fare i conti con un contrasto stridente tra i suoi proclami e i fatti che la riguardano, appare ormai difficile da sanare.

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