Referendum sulla giustizia, il voto del 22 e 23 marzo divide la maggioranza e riaccende il confronto tra le toghe
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Redazione Interno
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Il prossimo appuntamento referendario del 22 e 23 marzo, lungi dal rappresentare una mera consultazione tecnica su di un pur rilevante ritaglio della Carta costituzionale, sta assumendo i contorni di una profonda frattura, destinata a ridefinire non solo gli equilibri interni alla magistratura ma anche, e forse soprattutto, i rapporti tra questa e il potere esecutivo. La riforma, che porta il nome del ministro della Giustizia Carlo Nordio e che è stata fortemente voluta dalla maggioranza di centrodestra, si scontra con una realtà fatta di numeri e di interpretazioni giuridiche antitetiche, in un clima che si fa di giorno in giorno più incandescente. Il quesito, come modificato di recente su indicazione dell’Ufficio centrale per i referendum della Cassazione, chiederà ai cittadini se intendono approvare il testo che modifica gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione, introducendo di fatto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura e l’istituzione di una Alta Corte disciplinare, con l’introduzione del sorteggio per la selezione dei componenti degli organi di autogoverno -1 -10.
Le ragioni di un sì che divide, da Di Pietro a Crosetto
A sostenere le ragioni del sì, e lo fanno con una veemenza che raramente si era vista negli ultimi anni, si ritrovano fianco a fianco figure un tempo lontane. Antonio Di Pietro, l'ex pm di Mani Pulite, ha portato la sua testimonianza in numerosi dibattiti pubblici, come quello organizzato dal Comitato Sì Separa a Bologna o l'incontro di Fiesole, dove ha parlato di una "truffa etica e democratica" perpetrata, a suo dire, dai sostenitori del no, accusati di conoscere il testo eppure di diffondere il falso -4 -9. La sua posizione, condivisa da costituzionalisti del calibro di Augusto Barbera, presidente emerito della Corte Costituzionale, e da Luigi Salvato, procuratore generale presso la Corte di Cassazione, si basa sulla necessità di restituire trasparenza a un sistema che, nelle parole dello stesso Di Pietro, avrebbe costruito una "realtà parallela, un quarto potere dello Stato", dove le correnti decidono promozioni e punizioni -9. Dall’altra parte, e qui la complessità della vicenda si infittisce, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha tentato di smorzare i toni, pur riconoscendo che l'esito del voto è un "terno al lotto", una variabile impazzita che nessuno è in grado di prevedere -3. Crosetto, pur ribadendo che non si tratta di una scelta politica partitica ma di un'opzione sulla terzietà del giudice, ha comunque tenuto a precisare che una eventuale sconfitta del sì non avrebbe ripercussioni sull'esecutivo, proprio perché la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non avrebbe "messo la firma" su questa battaglia specifica, quasi a voler creare un diaframma tra il governo e le sorti della consultazione -3.
Il ministro Nordio e l'affondo sul sistema “para-mafioso” del Csm
Nel frattempo, il ministro Nordio procede spedito, alimentando la polemica con dichiarazioni che hanno il sapore di una sfida aperta. In un'intervista recente, il Guardasigilli ha definito "para-mafioso" il sistema correntizio che, a suo avviso, governa il Csm, un "verminaio" che solo il sorteggio potrebbe eliminare, spezzando quella che lui stesso ha definito una "consorteria autoreferenziale" -2. Le sue parole, che hanno suscitato reazioni sdegnate da parte dell'Associazione nazionale magistrati e delle opposizioni, sono state difese da Fratelli d'Italia, mentre la Lega, per bocca del vicepremier Matteo Salvini, ha invitato a concentrarsi sul merito della riforma piuttosto che sugli insulti reciproci -7. Nordio, preparando il terreno per l'eventualità di una vittoria del sì, ha già fatto sapere di aver avviato la stesura di bozze preparatorie per i decreti attuativi, una mossa che, se da un lato è stata giustificata come atto dovuto per non arrivare impreparati, dall'altro ha scatenato le ire del fronte del no, che parla di una "riforma già scritta" prima ancora che il popolo si esprima -5. A Ferrara, dove è atteso per un evento di Fratelli d'Italia, Nordio proverà a spiegare ai cittadini le ragioni di un cambiamento che, per lui, è epocale e che cambierà tutto, "soprattutto per i cittadini" -2.
Il fronte del no tra trasparenza dei finanziamenti e accuse di intimidazione
Sull'altro versante, il Comitato Giusto dire No, presieduto da Enrico Grosso, respinge al mittente le accuse e rilancia sulla trasparenza. Dopo la richiesta del ministero della Giustizia di rendere noti i finanziamenti ricevuti dall'Anm e dal comitato stesso, richiesta che il Partito democratico e il Movimento 5 stelle hanno bollato come un tentativo di intimidazione e come la volontà di stilare "liste di proscrizione", il comitato ha replicato pubblicando il proprio statuto e ribadendo la liceità e la trasparenza delle proprie sottoscrizioni, aperte a chiunque non abbia ruoli politici -5 -7. La tensione, insomma, è palpabile e si alimenta anche di episodi che esondano dal dibattito giuridico puro, come le recenti dichiarazioni della presidente del Consiglio sui magistrati "politicizzati" a proposito di alcune decisioni in materia di immigrazione -7. In questo scenario, il centrosinistra cerca di fare quadrato, con esponenti come il deputato dem Nicola Carè che annunciano il proprio no convinto, non tanto in difesa dell'attuale ordinamento, quanto in nome di una riforma organica che dovrebbe passare dal Parlamento e non da un referendum giudicato parziale e potenzialmente foriero di effetti non coordinati sull'intero impianto processuale -7. Il nodo, insomma, resta tutto da sciogliere e le prossime settimane, fino al voto, promettono di essere roventi.




