Nordio al Salone della Giustizia: "Referendum decisivo per l'indipendenza della politica"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, intervenendo alla sedicesima edizione del Salone della Giustizia, ha collocato il prossimo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati al centro di un confronto istituzionale dal profilo aspro, sottolineandone le implicazioni che, a suo dire, sono destinate a segnare i futuri equilibri tra potere politico e potere giudiziario. L'evento, articolatosi in tre giornate di dibattiti e incontri pubblici moderati da giornalisti di rilevanza nazionale, ha offerto una piattaforma di discussione sui principali temi della giustizia, vedendo la partecipazione di magistrati, avvocati e rappresentanti del governo. Nordio, nel corso dei suoi interventi, ha sviluppato una linea argomentativa che, pur muovendosi nell'ambito di una riforma costituzionale prossima al voto finale in Senato, ha assunto toni di netta contrapposizione verso una parte della magistratura.

Lo scenario di una sconfitta referendaria

Il ministro ha dipinto, senza mezzi termini, le possibili conseguenze di un esito negativo della consultazione popolare, affermando che una vittoria del "no" verrebbe interpretata come un successo della magistratura stessa. "La vittoria se la intitolerebbe la magistratura", ha dichiarato Nordio ai cronisti in Senato, "e allora avremmo di nuovo una politica condizionata dalle Procure della Repubblica". Una prospettiva, questa, che il Guardasigilli ha evocato per marcare la posta in gioco, insistendo sul fatto che il referendum non dovrebbe essere letto come un plebiscito pro o contro l'esecutivo in carica, bensì come una scelta sull'autonomia della sfera politica.

Le critiche alla magistratura e la "schizofrenia logica"

Dal palco del Salone, Nordio ha quindi replicato con durezza alle critiche mosse dalle toghe che si oppongono alla riforma, le quali hanno parlato di un "attentato alla Costituzione". "Come si fa a parlare di attentato alla Costituzione se la legge è prevista dalla stessa Costituzione?", ha obiettato il ministro, definendo questa posizione come "schizofrenia logica". Ha poi aggiunto un monito circa il pericolo di una percezione pubblica distortà, sostenendo che "se la magistratura si aggrega alla politica in una lotta elettorale sarà interpretata dalla cittadinanza come soggetto politico e perderà il connotato di imparzialità e indipendenza che deve avere", auspicando al contempo che cessi quella "aggressività verbale" da parte di alcuni magistrati.

La controprospettiva sull'utilità della riforma

A controbilanciare le tesi del ministro, è intervenuto un altro protagonista del dibattito, il quale ha messo in discussione la stessa necessità della riforma, basandosi su dati concreti riguardanti la mobilità interna alla magistratura. È stato fatto notare come "negli ultimi cinque anni il passaggio da pm a giudice sia stato dello 0,83% e al contrario, il passaggio da giudice a pm sia stato dello 0,23%". Queste statistiche, secondo questa prospettiva, dimostrerebbero che i passaggi di ruolo sono già residuali, rendendo la riforma "perfettamente inutile rispetto all'obiettivo che dichiarano di perseguire", con l'ulteriore conseguenza, una volta attuata, che "il pm non darà più fastidio al Governo".

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