Nikkei 225 chiude in ribasso, tensioni sui mercati asiatici
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Redazione Economia
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Il 10 marzo 2025, l’indice Nikkei 225 ha chiuso con un lieve rialzo dello 0,15%, ma il quadro tecnico ha mostrato segnali di deterioramento, con supporti stimati intorno ai 36.483,7 punti. Al contrario, un livello resistenziale, che potrebbe attirare flussi in uscita, è stato individuato a quota 37.192,7. La situazione si è complicata ulteriormente con l’incrocio al ribasso tra la media mobile a 5 giorni e quella a 34 giorni, indicando una possibile fase di debolezza per l’indice nipponico.
Il giorno successivo, l’11 marzo, la Borsa di Tokyo ha registrato un netto calo, con il Nikkei che ha chiuso a 36.793,11 punti, in ribasso dello 0,63%. Durante la seduta, l’indice aveva perso quasi il 3%, mentre il Topix, altro importante benchmark giapponese, ha ceduto l’1,11%, chiudendo a 2.670,72 punti. Il tonfo è stato influenzato dal crollo di Wall Street, dove il Nasdaq ha perso il 4% nella giornata precedente, alimentando timori di una possibile recessione negli Stati Uniti. Questi timori, uniti a dati macroeconomici deludenti, hanno pesato sui mercati asiatici, già in fibrillazione.
In particolare, il Pil giapponese, pur registrando una crescita dello 0,6%, è risultato inferiore alle attese degli analisti, che prevedevano un +0,7%. Anche i dati sugli ordinativi di macchine utensili, con un aumento del 3,5% contro il +4,7% stimato, hanno contribuito a raffreddare gli animi degli investitori. Tokyo non è stata l’unica piazza asiatica in difficoltà: Seul ha chiuso in calo dell’1,28%, Taiwan ha perso l’1,73%, mentre Sidney ha ceduto lo 0,91%. Hong Kong, Mumbai e Singapore, ancora aperte al momento della chiusura di Tokyo, mostravano segni negativi, con Singapore in particolare in forte ribasso (-2,01%).
Nonostante il clima generale di incertezza, Shanghai ha chiuso in positivo, con un +0,41%, dimostrando una certa resilienza rispetto alle altre borse asiatiche. I future sull’Europa, intanto, segnalavano un’apertura in territorio positivo, mentre quelli statunitensi apparivano contrastati, riflettendo l’incertezza globale.




