Il centrodestra compatto contro Ilaria Salis: “Si dimetta”
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Redazione Interno
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L’onda lunga del cosiddetto “caso Salis” non accenna a placarsi, anzi, con il passare delle ore assume i contorni di una bufera politica che investe in pieno l’europarlamentare di Alleanza Verdi Sinistra, chiamata a rispondere non solo delle dinamiche, ancora opache, relative al controllo di polizia subito in un albergo romano alla vigilia del corteo “No Kings”, ma soprattutto della scelta, giudicata inaccettabile dalle opposizioni, di aver assunto come assistente parlamentare il proprio compagno, figura gravata da precedenti giudiziari. Se la ricostruzione fornita dalla Questura – quella cioè di un “atto dovuto” in esecuzione di un alert proveniente dalla Germania – ha tentato di ricondurre l’episodio nell’alveo della ordinaria cooperazione di polizia nell’area Schengen, a scatenare la reazione compatta del centrodestra è stata la contestuale emersione del profilo di Ivano Bonnin, presente con l’eurodeputata nella stanza d’albergo quando gli agenti hanno bussato alla porta.
L’attacco su due fronti: dalla legalità dello staff all’uso dei fondi
Le critiche, piovute in rapida successione da esponenti di Fratelli d’Italia e Lega, si articolano su un doppio binario che mescola profili di opportunità politica e stringenti questioni regolamentari. Da un lato, si contesta la compatibilità del ruolo di assistente parlamentare con la fedina penale di Bonnin – condannato nel 2015 a sei mesi (pena poi commutata in una sanzione pecuniaria di quindicimila euro) per interruzione di pubblico servizio e violenza privata nell’ambito di azioni dimostrative all’Università di Bologna – e con la sua militanza in collettivi di estrema sinistra. Dall’altro, viene sollevato il sospetto, suffragato da un esame dello statuto del Parlamento Europeo, che la relazione sentimentale tra la Salis e il suo assistente configuri una violazione del divieto, sancito dall’articolo 43, di avvalersi di collaboratori legati da vincoli di parentela o affinità, inclusa la stabile convivenza. “I contribuenti italiani ed europei hanno il diritto di sapere se le loro imposte sono utilizzate per pagare lo stipendio al suo compagno”, ha tuonato il deputato leghista Andrea Crippa, un refrain ripreso pressoché all’unanimità dai colleghi di coalizione, a partire da Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI alla Camera, il quale ha parlato di un passato discutibile che renderebbe incompatibile la permanenza della Salis a Bruxelles. L’offensiva non si è fermata ai confini nazionali, con gli eurodeputati di Fratelli d’Italia che hanno formalizzato una lettera urgente alla presidente Roberta Metsola per chiedere verifiche immediate sui controlli effettuati sugli assistenti e sulle eventuali “manomissioni” informative che avrebbero consentito l’assunzione.
La versione della questura e il nodo della segnalazione tedesca
A rendere il quadro più complesso, e a fornire ulteriore carburante alla polemica, è la circostanza che ha originato il controllo diretto. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, la polizia italiana avrebbe agito in base a una nota Schengen inserita dalle autorità tedesche il 3 marzo, nell’ambito di un’indagine della magistratura di Berlino su un gruppo eversivo di estrema sinistra denominato “Hammerbande” (la “banda del martello”), accusato di atti di violenza e di aver partecipato all’aggressione del febbraio 2023 a Budapest ai danni di tre militanti neonazisti – gli stessi fatti per i quali la Salis era stata arrestata e detenuta in Ungheria prima della sua elezione. Sebbene i portavoce dell’eurodeputata e i suoi legali abbiano smentito un coinvolgimento diretto nelle accuse rivolte agli undici militanti tedeschi, il fatto che il suo nome compaia ancora negli atti investigativi ha trasformato un banale controllo di routine in un incidente diplomatico, alimentando i sospetti di una strategia internazionale orchestrata ai suoi danni, un’ipotesi caldeggiata dagli esponenti di Avs come Angelo Bonelli. La Questura di Roma, da parte sua, ha dovuto giustificare la mancata segnalazione al Viminale, ammettendo un “cortocircuito” informativo che avrebbe impedito di associare immediatamente il nome oggetto dell’alert alla qualifica di parlamentare europea, una circostanza che, per quanto involontaria, ha esposto l’operazione a critiche durissime sulla lesione delle prerogative garantite dall’immunità.
La replica secca di Vannacci e l’accerchiamento politico
Tra le voci più nette nel respingere la richiesta di solidarietà avanzata dagli ambienti della sinistra spicca quella di Roberto Vannacci, il quale, a margine di un’iniziativa politica a Roma, ha liquidato il controllo come un atto dovuto, privo di qualsiasi valenza intimidatoria. “Se uno è onesto non ha nulla da temere dalle forze dell’ordine”, ha affermato il generale, ribaltando l’interpretazione data dalla Salis, che aveva invece denunciato una “strana coincidenza” e una possibile “valenza intimidatoria” legata alla sua partecipazione alla manifestazione. L’accerchiamento dell’europarlamentare si è fatto dunque sempre più stretto: da un lato le opposizioni di destra chiedono conto di un uso – a loro dire improprio – dei fondi pubblici per retribuire un assistente con precedenti penali e legato da un rapporto affettivo; dall’altro, la difesa della Salis si è concentrata nel denunciare un’intollerabile ingerenza nella libertà di un’eletta, con Nicola Fratoianni che ha parlato di un “fatto gravissimo” che richiede spiegazioni al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il quale avrebbe dovuto tutelare l’istituzione da controlli ritenuti sproporzionati. La partita, insomma, si gioca su un terreno minato che intreccia la cronaca giudiziaria, la politica estera e le regole interne al Parlamento europeo, con il centrodestra compatto nell’affermare che la sola strada percorribile, dopo l’ennesimo caso, sia quella delle dimissioni immediate.
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